L’immaginario nella psicoterapia

cancello sogno

L’uso delle tecniche artistiche in psicoterapia, trova in M.Klein una anticipatrice, la Klein utilizzava il disegno come tramite nella relazione terapeutica, affermando che il gioco del bambino potesse essere il sostituto delle libere associazioni che Freud utilizzava nell’analisi dei suoi pazienti adulti.
Anche la psicoterapeuta infantile Nicole Fabre utilizza le arti figurative nella terapia analitica, creando uno spazio transizionale nel quale il bambino possa utilizzare liberamente il materiale messo a sua disposizione nel setting analitico, come pennelli, colori, plastilina, creta, per costruire le sue immagini interiori sulle quali poter raccontare la sua storia personale.

Nel suo saggio “L’immaginario in azione nella psicoterapia infantile” l’autrice racconta una psicoterapia svolta con un suo piccolo paziente, che presentava seri disturbi comportamentali e evidenti difficoltà a raccontarsi, l’uso creativo della plastilina consente il nascere di forme che diventano personaggi che agiscono in una storia, permettendo il passaggio dall’agire le emozioni, al racconto, alla narrazione: ”avevo tradotto in parole l’azione che si era svolta e le parole rendevano l’immagine…nel sostituire progressivamente le parole alle grida e nel tollerare che io traducessi le (sue) azioni in parole, Joel aveva effettuato un’ulteriore azione di distanziamento e simbolizzazione…restituivo a Joel una storia che aveva un filo conduttore, un senso, una memoria, ….. dopo un momento di silenzio mi dice – allora l’ho scritto io!…sono io questo!”1

E’ evidente la funzione di specchio che il bambino è riuscito trovare nello spazio terapeutico e l’importanza che questa funzione ha svolto nel suo divenire consapevole di sé e quindi la possibilità di lavorare su questa consapevolezza, ma l’uso della materia informe è stato il passaggio cruciale per far si che le emozioni manifestate in maniera disorganizzata e caotica all’inizio della terapia, diventassero ordinate in un racconto, il racconto della vita di Joel.

A differenza della Klein, che utilizzava i disegni dei bambini per interpretarli, l’autrice, vicina al pensiero di Winnicott, utilizza lo spazio creativo per permettere alla storia personale del paziente di emergere e di prendere forma posticipando l’interpretazione alla fine della terapia, ancora una volta “la via è la meta”, il fine non è l’interpretazione2, ma il dispiegarsi narrativo della storia del paziente.

1 Fabre N. L’immaginario in azione nella psicoterapia infantile Ed. Magi 2004 pag.99
2 Winnicott afferma che nelle consultazioni terapeutiche, il momento significativo è quello in cui il bambino sorprende se stesso, non è il momento dell’interpretazione. L’interpretazione data fuori dalla compiutezza del materiale, produce compiacenza , solo se vi è un gioco spontaneo e non compiacente, l’interpretazione può far progredire il lavoro terapeutico.

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Oltre le polarità, l’equilibrio nell’integrazione.

Il funzionamento ed il senso del principio di compensazione in Jung

L’approccio concettuale di Jung, trae le sue origini dal pensiero di Freud, in particolare dal concetto di libido, che come sappiamo è centrale nella teoria freudiana, ma mentre Freud, che aveva esperienza prevalentemente di nevrotici, la considera una energia tipicamente legata alla pulsione sessuale, Jung, che vive i suoi primi anni professionali a contatto con gli psicotici, ha modo di notare che si tratta invece di una energia vitale non specifica, che coinvolge tutto il processo psichico dell’individuo e che è responsabile della formazione dei simboli. Egli riconosce i meriti di Freud e di Adler, il primo concentrato sull’oggetto, teso all’analisi del passato, il secondo concentrato sul soggetto, teso allo sviluppo delle potenzialità dell’individuo nel futuro, ma capisce che deve fare una sintesi dei due opposti, in quanto essi non si escludono, ma devono necessariamente integrarsi. Da qui egli comincia ad elaborare il concetto di tipi psicologici, ovvero riconosce che l’individuo ha in sé due polarità che si contrappongono e che formano la base della personalità individuale: l’introversione e l’estroversione. L’introverso procede dal soggetto all’oggetto, ovvero la coscienza è dentro la soggettività individuale e percepisce l’oggetto come sfondo, viceversa l’estroverso, che procede dall’oggetto al soggetto, ha la coscienza centrata sull’oggetto, avvertendo la soggettività personale come sfondo, di conseguenza, l’estroverso avrà la tendenza ad uniformarsi più facilmente alle regole sociali, avrà più faciltà di adattamento nel mondo, mentre per l’introverso ciò sarà più difficoltoso, perchè ogni scelta verrà prima vagliata dalla propria personale visione delle cose.

La personalità di un individuo, manifesta prevalentemente una di queste polarità, mentre l’altra rimane sullo sfondo, Queste due tendenze possono essere immaginate come due estremi opposti, situati su una linea immaginaria che va dalla completa introversione alla completa estroversione. Nella teoria di Jung viene descritto un meccanismo di bilanciamento tra introversione ed estroversione che prende il nome di “compensazione”. Tale meccanismo agisce egualmente sia a livello conscio che a livello inconscio, producendo una autoregolazione tra le tendenze relative all’introversione e all’estroversione, quindi, chi si presenta prevalentemente introverso a livello cosciente sarà prevalentemente estroverso nella sua parte inconscia. Al contrario, una persona che si presenta molto estroversa a livello cosciente avrà nel suo inconscio una componente fortemente introversa. Il meccanismo della compensazione è strettamente legato a quello dell’individuazione, Jung pensa che “la compensazione inconscia di uno stato nevrotico della coscienza contiene tutti gli elementi capaci di correggere efficacemente e fruttuosamente l’unilateralità della coscienza, quando questi elementi divengano coscienti, vale a dire siano intesi e integrati come realtà nella coscienza”1.

Jung osserva che ci sono due modi per procedere nello studio della personalità umana, uno analitico, che è quello adottato da Freud, dove tutto il materiale simbolico viene pazientemente scomposto e analizzato, l’altro sintetico, che invece integra il materiale simbolico in una espressione generale e comprensibile. E’ appunto a questa seconda definizione che Jung dedica la sua attenzione, infatti egli parla di amplificazione, definendola come processo mediante il quale per interpretare i prodotti dell’inconscio “non ho più ridotto, come Freud, a elementi pulsionali, ma ho posto in analogia con i simboli della mitologia…per riconoscere il significato sotto il quale essi si apprestavano ad agire…per cui è diventato possibile una riconciliazione tra la personalità cosciente e le tendenze arcaiche altrimenti incompatibili con la coscienza”2.

Nel suo saggio”Psicologia dell’inconscio” (1917-1943) Jung descrive il sogno di una sua paziente evidenziando le due modalità di interpretazione, egli sottolinea come, solo col metodo sintetico, sia possibile cogliere il significato relativamente al soggetto che sogna, liberandolo dalla realtà oggettiva esterna. Ciò rende possibile riconoscere i contenuti espressi nel sogno come parti del soggetto, per poterli successivamente integrare nel soggetto. Il sogno usa un linguaggio simbolico ricco di condensazioni, crea metafore per spiegare le quali occorrerebbero fiumi di parole, che forse non sarebbero sufficienti. Il suo è un linguaggio analogico, la sintesi gli è affine, l’analisi stravolgerebbe la sua essenza.

Per questo Jung afferma che il sogno raffigura se stesso e ha una funzione compensatrice, perché sottolinea il lato opposto e inespresso della personalità, al fine di conservare l’equilibrio. Tutti i processi inconsci, per Jung hanno una funzione compensatrice dei processi psichici coscienti, ovvero attuano un bilanciamento funzionale che può essere considerato come una autoregolazione dell’apparato psichico al fine di mantenere l’omeostasi.

L’attività della coscienza ha una sua direzione prevalente, ha necessità cioè di selezionare alcuni contenuti ed escluderne altri, ma questo relegare nell’inconscio contenuti non affini, non deve essere rigido, pur essendo inconsci, questi contenuti fanno da contrappeso all’orientamento cosciente, un’eccessiva unilateralità, provocherebbe una forte tensione, che porterebbe i contenuti ad affiorare attraverso ad esempio i sogni. In questo modo l’inconscio fornisce alla coscienza gli elementi necessari per raggiungere un adattamento.

Scrive Carotenuto: “La possibilità che la psiche umana ha di mediare la tensione che le antinomie provocano e di costruire nuove sintesi, è ciò che potremmo definire capacità simbolica, capacità cioè di tenere assieme e di spostare su un piano metaforico ciò che su un piano concreto verrebbe altrimenti vissuto come conflitto e porterebbe a lacerazioni e scissioni della coscienza”3.

Nelle nevrosi, la normale compensazione è disturbata dall’eccessivo contrasto tra contenuti inconsci e la coscienza, in questo caso la terapia analitica mira a rendere coscienti questi contenuti per ristabilire la compensazione, scrive Jung “E’ insomma come se la nostra coscienza si trovasse tra due mondi o realtà … tra loro incompatibili, e non esiste alcuna logica che le possa conciliare: l’una offende il nostro sentimento, l’altra la nostra ragione e tuttavia l’umanità ha sempre provato il bisogno di conciliare in qualche modo le due immagini del mondo … ritengo che la conciliazione tra verità razionali e verità irrazionale possa realizzarsi non soltanto nell’arte, quanto piuttosto nel simbolo perché il simbolo contiene, per sua natura, ambedue gli aspetti”4

Jung concepisce il simbolo come un motore psichico che nasconde la volontà di diventare qualcosa e che è strettamente legato al sintomo, la capacità simbolica del terapeuta permette al paziente di intravedere un senso nuovo del conflitto spostandolo su un piano metaforico per raggiungere una sintesi che vada oltre gli opposti, il simbolo media quindi tra conscio e inconscio, e nelle mani del terapeuta diventa uno strumento che consente una possibilità di compensazione a chi vive il blocco di tale funzione.

Jung distingue il trattamento analitico di una persona giovane da quella giunta alla mezza età. Nel primo caso l’analisi servirebbe ad aprire nuovi orizzonti di sviluppo potenziali, nel secondo caso avviene l’incontro con l’ombra, ovvero con tutti quei contenuti rimossi nella prima metà della vita e il cui riconoscimento può portare a veri e propri sconvolgimenti esistenziali. Lo svelamento della personalità originariamente contenuta, il dispiegamento dell’originaria totalità potenziale, ci porta a fare i conti con gli archetipi, che Jung definisce “ordinatori di rappresentazioni” o “modelli di comportamenti innati” potenti immagini mitologiche che agiscono sia nell’inconscio collettivo che in quello individuale.

Attraverso l’elaborazione cosciente delle immagini dell’inconscio collettivo, si sviluppa quella che Jung chiama la funzione trascendente, data dall’unificazione dei contrari. La funzione trascendente conduce alla rivelazione dell’uomo essenziale, mentre l’opposizione inconscia, se ignorata, provoca sintomi e situazioni che comunque interferiscono inconsciamente con la vita cosciente del paziente, la terapia quindi si pone l’obiettivo di capire e valorizzare nel miglior modo possibile i sogni e le altre manifestazioni dell’inconscio, sia per evitare il formarsi di una opposizione inconscia che col tempo può diventare pericolosa, sia per sfruttare al massimo il fattore terapeutico proprio della compensazione.

Chiara Miranda

Psicoterapeuta Gestalt Analitica
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BIBLIOGRAFIA:

  • Carotenuto A. (a cura di) “Trattato di psicologia analitica” Torino, UTET (Vol.II);

  • Galimberti U. “Le Garzantine, Psicologia” Ed.Garzanti, (1999);

  • Jung C.G. : “Opere” Torino, Bollati Boringhieri ( volumi V e VII), (1983).

1C.G.Jung Psicologia dell’inconscio, in “Opere”, ed. Bollati Boringhieri (1983) pag.112.

2Umberto Galimberti, Le Garzantine Psicologia,Garzanti Editore.

3A.Carotenuto, Trattato di psicologia analitica, vol.II, pag.421.

4A.Carotenuto, Trattato di psicologia analitica, vol.II, pag.777

Linguaggio e sogno


Vladimir Kush

L’accesso al mondo dell’inconscio, trova quale strumento privilegiato, l ‘uso delle immagini, esse consentono, infatti, la possibilità di trasformare contenuti emotivi, a volte non esprimibili verbalmente, in forme che esprimono invece tutta la loro valenza emozionale, e che, solo successivamente, possono essere verbalizzate e tradotte in modo da essere assimilate dalla coscienza.

Le immagini, sono quello che ricordiamo dei sogni, forme di senso che cercano una narrazione per poter nascere e diventare parte integrante della nostra vita.

Il setting analitico, offre il contenitore entro il quale queste forme possono essere rappresentate, favorendo l’ingresso nel mondo dell’inconscio in modo fluido, senza correre il rischio di perdersi.

Ne “I simboli della trasformazione”, Jung descrive il “pensiero per immagini” come una infaticabile attività mentale che, a contatto con il mondo immaginale, tende a riordinare contenuti psichici costruendo nessi, alla ricerca di significati.

Ma non tutte le immagini sono simboli, e quindi capaci di trasformazione. Jung distingue il segno dal simbolo e afferma che un segno “ha un significato fisso, essendo un’abbreviazione (convenzionale) che sta per una cosa conosciuta oppure è un rimando a quella cosa medesima”, invece, il simbolo indica un contenuto polisemico, non definibile e non convenzionale, esso “possiede numerose varianti analoghe, e più ne ha a disposizione tanto più completa e appropriata è l’immagine che abbozza del suo soggetto”.

Il simbolo è vivo per Jung solo finchè mantiene questa caratteristica, egli rappresenta tensione tra opposti, tra conscio e inconscio, tra noto e non noto, nel momento in cui il simbolo partorisce il suo significato, muore e si trasforma in segno. Dando un nome alle cose che non conosciamo ancora, compiamo “un’azione storica di assegnazione di significati”, in tal modo, il simbolo esce dal regno della magia per entrare in quello delle convenzioni, esaurisce la sua funzione di mediatore e muore.

Ogni fenomeno psicologico, per Jung è un simbolo, in quanto si suppone che significhi qualcosa che si sottrae alla nostra coscienza, ma ciò dipende anche dall’atteggiamento di chi osserva, per Jung infatti, non esistono contenuti simbolici se non per una coscienza che li crea, il simbolo non è un significato, ma un’azione che mantiene in tensione gli opposti dalla cui composizione possono nascere i processi trasformativi.

Nell’attuale periodo storico, il pensiero, inteso come elemento di differenziazione nello sviluppo e nell’evoluzione della coscienza, non affonda più le sue radici nei miti, e ha girato lo sguardo verso il tramonto, verso il sol niger, e come nell’alchimia, la nigredo conduce l’Anima Mundi e la terra, “la colomba, tertium oppositiorum, simbolo dell’unione, è rimasta a terra piuttosto che librarsi nell’aria per congiungere ciò che il divino e il religioso ha sempre unito”.

La verticalità del pensare ha ceduto il passo al pensiero orizzontale, appiattito e omologato, dove non c’è più posto per la tolleranza e la diversità. Gli attuali atteggiamenti di intolleranza per il le diversità culturali e religiose, si sono esasperate a causa di una polarizzazione della religiosità, che ha perso la sua funzione simbolica, di congiunzione tra cielo e terra, tra conscio e inconscio, per divenire una rigida struttura che non può accogliere e che separa l’uomo da se stesso, e dal suo simile.

L’immaginazione resta allora una possibilità di trasformazione, pensare per immagini è uno stile particolare di pensiero, il pensiero laterale, che non segue una linea di causa-effetto, ma ha il suo nucleo nella conoscenza analogica, che segue percorsi diversi, punti nodali connessi da un senso che ha vita propria e si nutre del mito e del mondo degli archetipi.

Nelle sue esperienze terapeutiche di gruppo, in varie parti del mondo, Wilma Scategni, analista junghiana, ha potuto sperimentare come, nell’incontro tra popolazioni molto diverse tra loro, l’uso delle immagini si riveli davvero preziosa al fine di condividere contenuti emotivi, superando le diversità linguistiche e culturali.

In questi gruppi, il pensiero razionale viene completamente spiazzato, una o più immagini univoche possono improvvisamente rivelare nuove aperture, nuovi significati, vissuti e condivisi in modi diversi per ciascuno, in relazione alle proprie radici etniche. Un ruolo fondamentale è giocato dal continuo passaggio dal “segno” al “simbolo”, e ciò è possibile proprio grazie alle diverse provenienze dei partecipanti.

Lo “spaesamento” dovuto al fatto di trovarsi tutti insieme, diversi per culture, in un luogo straniero, dove il linguaggio è impedito o limitato dalla compresenza di diversi idiomi, produce senso di caos e destrutturazione, e favorisce nuove capacità di ascolto del proprio mondo interno e dell’”altro da sé”.

“Ogni immagine che attrae, suscita curiosità o interesse e può essere condivisa, è una finestra che apre a una comunicazione elementare, inizialmente grezza, ma che permette di accedere, attraverso la relazione, a forme di apprendimento linguistico-relazionale via via più approfondite”.

La continua relativizzazione dei valori di riferimento, lascia spazio ad una umiltà di fondo che facilita la relazione, al termine di una sessione, è possibile assistere alla creazione di un lessico gruppale, una lingua in gran parte sconosciuta, ricca di neologismi, dove immagini e parole si intrecciano a formare una storia comune condivisa.

Nei gruppi, come nell’analisi individuale, il setting si fa garante dei confini contenitivi, e la ritualità, ovvero l’incontrarsi sempre alla stessa ora nel medesimo luogo, fa parte della capacità di contenimento del setting. Nella struttura del “Granata IAGP Academy” si lavora attraverso l’esperienza transculturale sul tema dell’incontro concreto tra mondi e culture diverse. I partecipanti si incontrano cinque giorni all’anno sempre nel medesimo luogo, si tratta di conduttori di gruppi terapeutici e formativi dell’area europea, mediterranea e dell’area iberoamericana, con qualche rappresentanza palestinese, israeliana e marocchina. La scelta di Granada come sede è simbolica in quanto luogo storicamente intermedio di incontro tra mondi e culture.

Un altra realtà di gruppi di lavoro interculturali è Eranos, realizzata nel 1933 da Olga Froebe ad Ascona, in Svizzera, in armonia col pensiero junghiano, ha gettato ponti tra culture, reti relazionali e matrici. Olga Froebe parlava di un inconscio di gruppo, anticipando concetti ormai consolidati sulla creazione e conduzione di gruppi analitici e terapeutici. In questo luogo, per anni si sono incontrate le religioni del mondo attraverso una comune ricerca di immagini e forme di spiritualità. Era qui che si svolgevano le Eranos Tagungen, conversazioni finalizzate allo “studio delle immagini e delle forze archetipali nei loro rapporti con l’individuo”, e più in generale all’esplorazione dei mondi interiori dell’uomo, condotta attraverso le metodologie scientifiche proprie di ognuno dei partecipanti.

A proposito di un inconscio di gruppo, Scategni sottolinea il parallelo tra la funzione individuale dell’io, quello che Jung definisce “complesso dell’io”, in quanto gestore delle diverse entità dell’inconscio, e il ruolo del terapeuta di gruppo, che deve essre mediatore tra i singoli componenti del gruppo, creando relazioni, comunicazione, come se si trattasse di “parti” di un unico sé gruppale.

I luoghi dove si svolgono gli incontri, hanno una valenza simbolica, la vicinanza di boschi, laghi, l’incontro con la natura, favoriscono una migliore connessione col proprio inconscio, permettendo alla quotidianità, con i suoi ritmi pervasivi, di rimanere sullo sfondo. Anche la configurazione spaziale che viene assunta dal gruppo terapeutico ha una funzione facilitante a fare emergere emozioni, immagini, e a creare una forte senso di appartenenza e di condivisione. La forma di cerchio mandalico, rappresenta una totalità riflessa del sé, equidistanza dal centro, possibilità di guardarsi tutti negli occhi, cogliendo tutte le sfumature emozionali dei partecipanti.

Se il cerchio rimanda ad una forma temporaneamente chiusa, la spirale utilizzata nel Social dreaming è una configurazione più aperta e flessibile. Il Social dreaming spesso è inserito nel time table, sotto forma di on going group, restituendo ogni mattina, al gruppo, le immagini notturne evocate dal processo in atto, si svolge nelle prime ore del mattino e la struttura a spirale permette ai partecipanti di aggiungersi al gruppo secondo i propri tempi.

Chiara Miranda

Il Social Dreaming è una tecnica di lavoro con i gruppi che porta alla luce il contributo che i sogni possono offrire alla comprensione della realtà sociale ed istituzionale in cui si vive e si lavora. Partendo dall’assunto che”I sogni non sono solamente proprietà privata del sognatore, ma appartengono al contesto più ampio del quale egli fa parte: il posto che il sognatore occupa nella vita quotidiana e il suo ruolo personale e lavorativo. Una volta sognati, i sogni possono essere applicati con successo ad uno scopo comune e diventare informazione per qualsiasi sistema del quale il sognatore sia membro” (Lawrence – 2002), il sogno può essere usato come linguaggio, come strumento per pensare in modo nuovo, costruendo nei gruppi (di lavoro o di formazione) un dialogo basato sulla libera associazione, la matrice di Sogno Sociale offre lo sfondo su cui costruire esperienze gruppali. La costruzione della matrice di sogno sociale, che è al cuore della tecnica, si sviluppa in una serie di incontri coordinati da uno o più conduttori e prevede da 3 a 5 sedute di gruppo, ciascuna della durata di un’ora e mezza.

Le Matrici di Sogno Sociale favoriscono un’interazione fluida e non gerarchica tra i partecipanti e lo sviluppo di connessioni e conversazioni ‘significative’, piu’ riccamente connesse alla verita’ emotiva.

Anche nei gruppi ispirati allo Psicodramma di Moreno, viene posta molta attenzione al processo creativo, attraverso la drammatizzazione e la regia del conduttore, prende forma un cosmo relazionale, il protagonista, nel ricordare scene significative del suo passato evoca immagini che possono essere drammatizzate rivivendone le emozioni.

Nel lavoro basato su una formazione junghiana, viene posta l’attenzione sugli echi emergenti dall’inconscio del gruppo e dei singoli partecipanti, e sulle loro interazioni, nel corso dell’esperienza, i feedback di restituzione al gruppo, possono essere aperti a più significati, possibili, infine, la sequenza delle immagini che si costellano, assumono la forma di una biografia immaginale del gruppo stesso.

Fino al 1998 ai colloqui di Eranos – incontri annuali, da sempre internazionali e multidisciplinari e i cui atti venivano pubblicati negli Eranos Jahrbuch – parteciparono intellettuali dediti a discipline diverse  che però condividevano, tutti, l’attività di ricerca, e un orientamento culturale interdisciplinare a tonalità, in senso lato, (fonte Wikipedia).

Biblografia:

  1. S. Arieti Creatività, la sintesi magica Ed. Il pensiero scientifico 1979

  2. Edinger   Anatomia della psiche  Biblioteca di Vivarium

  3. Carl G. Jung “Simboli della trasformazione” in Opere, Bollati Boringieri

  4. W.Scategni, Ponti trans-culturali attraverso le immagini, in “Jung e le Immagini” (a cura di F.Vigna) Moretti e Vitali Editori 2010

  5. W.Scategni, Ponti trans-culturali attraverso le immagini, in F.Testa, “Il volo dell’angelo” Bonanno Editore 2011

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Il simbolo e il segno

 

L’impossibilità di definire il simbolo con la logica della ragione testimonia un’impossibilità linguistica intimamente connessa all’incapacità della ragione di parlare senza sopprimere la fonte stessa del suo linguaggio.1

(Umberto Galimberti)

Nel linguaggio comune, spesso i termini segno e simbolo, sono usati come sinonimi, ma essi hanno significati molto diversi.

Il segno è la relazione tra significante e significato, ovvero il rapporto tra l’espressione ed il suo contenuto, la scolastica lo definisce “qualcosa che sta per qualcos’altro”, usiamo il segno per trasmettere un’informazione, e quindi i segni sono definiti da convenzioni che li rendono adeguati a comunicare.

Nel greco, il termine “simbolo” sta per “mettere assieme”, esso evoca l’esistenza di una realtà altra che va ricomposta. In teologia le operazioni simboliche servono a colmare il divario tra lettera e spirito, le sacre scritture sono fonte di innumerevoli interpretazioni, l’uso di allegorie, riesce a rendere i contenuti comunicabili, condivisibili, ma l’uso della simbologia, non avendo un codice univoco di lettura lascia aperte infinite possibilità interpretative.

Per questo motivo il simbolo non è mai significante, ma le parole che scaturiscono dal simbolo lo sono. Corbin2 afferma che “Il simbolo non è un segno artificialmente costruito, ma è ciò che nell’anima spontaneamente si schiude per annunciare qualcosa che non può essere espresso altrimenti”. Anche Lévi-Strauss nel suo “Teoria generale della magia e altri saggi”3afferma l’irriducibilità del simbolo al segno, egli racconta che, presso alcuni popoli primitivi, con l’uso della parola “mana” si intende forza, ma anche azione o qualità, essa può essere contemporaneamente verbo, sostantivo e aggettivo, perchè è pura forma, è simbolo, e come tale può assumere qualsiasi contenuto.

Fermamente convinto della differenza profonda esistente tra simbolo e segno, Jung afferma che un segno “ha un significato fisso, essendo un’abbreviazione (convenzionale) che sta per una cosa conosciuta oppure è un rimando a quella cosa medesima”, invece, il simbolo indica un contenuto polisemico, non definibile e non convenzionale, esso “possiede numerose varianti analoghe, e più ne ha a disposizione tanto più completa e appropriata è l’immagine che abbozza del suo soggetto”4. Il simbolo è vivo per Jung solo finchè mantiene questa caratteristica, egli rappresenta tensione tra opposti, tra conscio e inconscio, tra noto e non noto, nel momento in cui il simbolo partorisce il suo significato, muore e si trasforma in segno. Dando un nome alle cose che non conosciamo ancora, compiamo “un’azione storica di assegnazione di significati”, in tal modo, il simbolo esce dal regno della magia per entrare in quello delle convenzioni, esaurisce la sua funzione di mediatore e muore.

Ogni fenomeno psicologico, per Jung è un simbolo, in quanto si suppone che significhi qualcosa che si sottrae alla nostra coscienza, ma ciò dipende anche dall’atteggiamento di chi osserva, per Jung infatti, non esistono contenuti simbolici se non per una coscienza che li crea, il simbolo non è un significato, ma un’azione che mantiene in tensione gli opposti dalla cui composizione possono nascere i processi trasformativi.

Molto diverso dal concetto di simbolo freudiano, che ha una funzione omeostatica, ovvero di ritrovare un equilibrio turbato, la funzione del simbolo junghiano è ana-omeostatica, esso suscita tensione, spinta in avanti, apre nuovi livelli energetici proteso verso un equilibrio che è sempre “oltre”, ha dunque una funzione trasformatrice.

Il simbolo è legato al concetto di archetipo, l’archetipo si può definire come un principio organizzatore della realtà a diversi livelli (culturale, sociale, biologico), esso è espressione dell’inconscio collettivo e se compare in un sogno, ha un che di numinoso, una forte carica emotiva. Il Sé è un esempio di archetipo e rappresenta l’unione degli opposti, la somma di conscio ed inconscio che si integrano nel simbolo, è quindi il centro della personalità che ha la funzione di regolatore dell’equilibrio psichico. Il simbolo è quindi, una rappresentazione archetipica fornita di energia, la sua “numinosità” proviene dall’archetipo ordinatore, che consente la trasposizione di valori psichici da un contenuto ad un altro.

 Dott.ssa Chiara Miranda

Psicologa Psicoterapeuta Gestalt Analitica

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1Galimberti U. “Paesaggi dell’anima” Saggi Mondadori Pag.26
2Corbin H. “Storia della filosofia islamica” Adelphi Pag.29

3Lévi-Strauss “Teoria generale della magia e altri saggi” Einaudi

4Carl G. Jung “Simboli della trasformazione” in Opere, Bollati Boringieri pag.128.

Bibliografia:

Aldo Carotenuto “Trattato di psicologia analiticaEd. UTET;

Carl G. Jung “Simboli della trasformazione” in Opere, Bollati Boringieri 1999;

Umberto Galimberti “Le Garzantine” Psicologia Garzanti 2005;

Umberto Galimberti “Paesaggi dell’anima” Oscar saggi Mondadori 1996.