Il concetto  del Sè nella teoria della Gestalt

Sebastian LuczywoIl concetto del Sé nella storia della psicologia ha subito molte interpretazioni, diversi autori hanno infatti evidenziato diverse sfumature. Per Winnicott il Sé si forma nello spazio transizionale della relazione con la madre, dalla capacità della madre di rispecchiare adeguatamente i bisogni primari del neonato, può svilupparsi un Sé sano, viceversa, un cattivo rispecchiamento materno è all’origine del “falso Sé” ovvero di una personalità di facciata che si crea per adeguarsi ai bisogni narcisistici della madre. Kouth si è concentrato sul narcisismo come sofferenza di un Sé inascoltato, che provoca una frammentazione della personalità nell’adulto, che la terapia cerca di sanare soddisfacendo parzialmente i bisogni rimasti inappagati. Stern ipotizza cinque sensi di Sé che si sviluppano progressivamente durante la crescita nel bambino: corporeo, nucleare, soggettivo, verbale, narrativo.

Emerge in questi autori l’idea di un sistema di comunicazione dialico tra la madre e il bambino che produce l’interiorizzazione del Sé in relazione all’oggetto o come dice Fairbairn il bambino interiorizza non l’oggetto, ma l’intera relazione con l’oggetto. Bowlby ben sviluppa questo concetto di relazione con la sua teoria dell’attaccamento, postulando l’esistenza di veri e propri schemi interiorizzati di comportamento, i “modelli operativi”, che si creano nella relazione primaria e che accompagneranno l’adulto in tutta la sua vita.

La teoria della Gestalt, parte dal concetto di omeostasi, definita come processo con cui l’organismo soddisfa i propri bisogni, bisogni che possono ovviamente essere sia biologici che psicologici, e che l’individuo cerca di soddisfare manipolando, più o meno efficacemente, l’ambiente in cui vive. Per Perls l’organismo-persona è sempre in relazione al suo ambiente e non solo organizzato intorno ai conflitti interiori. L’inibizione dell’espressione, detta retroflessione, emerge dalla necessità di ritrarsi dal contatto di fronte ad una situazione ritenuta pericolosa.

Influenzato dagli studi di Reich, il suo interesse è diretto all’esperienza che il paziente ha del corpo, ciò che lo interessa è il senso di sé del paziente. Essere in contatto con il proprio Sé significa essere a contatto con il senso reale della propria corporeità, così come l’espressione motoria del Sé deve essere in contatto con l’ambiente.

In questa ottica: “Il Sé è una funzione di adattamento creativo e l’adattamento creativo è il risultato di una complessa interazione tra organismo e ambiente nel contatto reale che tra i due si stabilisce in un luogo” (Perls).

In Gestalt, quindi, il Sé ha un significato ben preciso, diverso da Winnicott e Kout, il Sé gestaltico non è un’entità fissa, ma un adattamento creativo, dinamico, un processo specifico per ciascuna persona che caratterizza il comportamento tipico in un momento dato e in un campo dato in funzione del proprio stile personale. Il Sé rappresenta il proprio “essere nel mondo” variabile a seconda delle situazioni, il Sé si manifesta quindi nel confine tra me e il mondo, che viene anche chiamato “confine-contatto“, in questo confine noi sperimentiamo pensieri, emozioni e azioni.

A differenza di autori come Freud che nella terapia è rivolto al passato alla ricerca di cause, o di Adler che è rivolto al futuro cercando di realizzarsi superando il complesso d’inferiorità, per Perls la nevrosi è legata all’accumulo di “Gestalt incompiute, di bisogni non soddisfatti” vale a dire di difficoltà ripetute di assestamento fra l’individuo e il suo ambiente, che vanno rivissute nel “qui ed ora” , nel presente della terapia.

In particolare la Gestalt Analitica, unisce il concetto di Sé di Jung inteso come processo di individuazione, al concetto di Sé gestaltico che comprende tre funzioni: Es, Io e Personalità.
L’ES rappresenta le funzioni interne, funzioni vitali e in particolare la loro traduzione corporea (Ho fame, Ho sonno)
L’IO è una funzione attiva di scelta o di rifiuto. Si tratta della mia responsabilità personale di aumentare o limitare il contatto, di manipolare il mio ambiente in base ad una presa di “coscienza” dei miei bisogni.
La funzione PERSONALITA’ è la rappresentazione che il soggetto fa di se stesso, la sua immagine di sé che gli consente di riconoscersi come responsabile di ciò che egli sente o che fa.

Perls parla di nevrosi come disturbo di confine, ovvero come incapacità dell’individuo di trovare e mantenere il giusto equilibrio tra sé e il resto del mondo, il nevrotico si difende dalla minaccia di essere sopraffatto da un mondo onnipotente. In particolare, si parla di introiezione, proiezione, confluenza e retroflessione, come diversi meccanismi relativi al disturbo di confine.
Nella introiezione il confine è spostato dentro di noi e quindi abbiamo introiettato contenuti che non ci appartengono, nella proiezione, viceversa, spostiamo il confine fuori da noi proiettando sull’ambiente parti nostre di cui non siamo consapevoli (le parti ombra della teoria Junghiana), nella confluenza ci sono confini molto labili, quasi assenti, e nella retroflessione l’individuo è confuso con se stesso, ovvero fa a se ciò che vorrebbe fare agli altri.

Le tradizionali psicoterapie operano sulle nevrosi ricordando e reinterpretando gli eventi del passato del paziente, ma la semplice consapevolezza non è sempre sufficiente a risolvere la nevrosi, la Gestalt, concentrandosi non sui contenuti del passato, ma sulle modalità di esperienza del passato, permette di ri-esperirlo globalmente nel presente, non è importante quindi il COSA, ma il COME, perchè l’esperienza emotiva è più efficace di quella intellettuale. 1

La terapia della Gestalt focalizza l’attenzione sul processo e non sul contenuto della nevrosi, superando la dicotomia mente-corpo, attraverso l’azione e l’espressione corporea, si può avere una comprensione globale del vissuto passato. Man mano che si sperimentano i modi in cui si è interrotta la soddisfazione di un bisogno (interruzione di contatto), si comincia a sperimentare un Sé più completo. Nella terapia non va trattato il materiale censurato, ma la censura stessa, cioè la forma assunta dall’autointerruzione, il ripristino del Sé, inteso come integrazione delle parti dissociate della personalità, è la conseguenza del fatto che il paziente riesce a non interrompersi più, perchè non è più nevrotico.

Questo risultato è reso possibile dall’uso di tecniche di drammatizzazione, ponendo l’attenzione sulla respirazione, la postura e le emozioni del presente, che si manifestano nella relazione col terapeuta. Viene utilizzata la parola “ora” per sottolineare l’importanza del presente e la parola “io” per sviluppare il senso di responsabilità del paziente nei confronti dei suoi sentimenti, pensieri e sintomi. La parola “sono” fa capire al paziente che tutto ciò che sperimenta è parte del suo essere, e insieme al suo presente è parte del suo divenire. E’ nel qui-e-ora che diventiamo consapevoli di tutte le nostre scelte, è nel qui-e-ora che l’evento incompiuto è ancora vivo e presente e che aspetta di essere assimilato e integrato.

Chiara Miranda
Psicologa Psicoterapeuta
Gestalt analitica

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Glen O. Gabbard: “Psichiatria psicodinamica” Raffaello Cortina Editore
Perls F.: “L’approccio della gestalt  -Testimone oculare della terapia” Astrolabio Ed.
Robine: “Il rivelarsi del Sè nel  contatto” Franco Angeli Ed.

note:
1) la Horney, terapeuta di Perls, tratta del rapporto tra processo intellettuale ed esperienza emotiva, sostenendo che quest’ultima è il tramite più efficace per indurre nel paziente una forte percezione dell’IO ed un positivo atteggiamento di autoaccettazione.

Il ciclo di contatto secondo la teoria di F. Perls

amoreIl contatto è un processo che da adito all’assimilazione e quindi alla crescita, esso consiste nel lento costituirsi di una figura prevalente su uno sfondo, o contesto, del campo organismo/ambiente” (Perls)

Ogni esperienza si verifica nel confine tra organismo e ambiente, per la psicologia della Gestalt non ha senso studiare un organismo come entità a se stante, ovvero estrapolarlo dal suo contesto, ogni organismo, e in particolare l’uomo, appartiene ad un campo dove fattori socio-culturali, animali e fisici si trovano ad interagire tra loro.

Il fine del contatto è la sopravvivenza stessa dell’organismo, azioni elementari come nutrirsi, difendersi, appartengono al contatto, si capisce quindi, la fondamentale importanza di questo processo, attraverso il quale l’organismo può assimilare elementi utili alla propria crescita dall’ambiente e rifiutare quelli non assimilabili, secondo la propria gerarchia dei bisogni (Maslow).

Si può definire il contatto un’adattamento creativo dell’organismo col suo ambiente, perchè nell’adattarsi l’organismo elabora nuove modalità di soluzione per soddisfare i propri bisogni, esso deve essere consapevole, intenzionale, e deve manifestare un’azione adeguata allo scopo. Nel momento in cui un bisogno si fa sentire, emerge dallo sfondo O/A e diventa una figura dominante, rimanendo tale fino al soddisfacimento di quel bisogno. Si definisce dominanza la tendenza di un bisogno a perdurare nel campo, organizzando di conseguenza la coscienza e il comportamento, ogni situazione incompiuta più pressante diventa dominante e mobilita tutte le energie necessarie a completarla. Per realizzare un contatto adeguato è necessario essere consapevoli del flusso continuo dell’esperienza interna, è nel confine di contatto che si sviluppano le difese nevrotiche.

La nevrosi va vista come un tentativo di autoregolazione dell’organismo, ma nel processo vi è un eccesso di intenzionalità, un fissarsi dell’attenzione per una risposta particolare, ciò impedisce ad alcuni impulsi di venire in primo piano, l’energia resta bloccata all’esecuzione di un compito arcaico che non può essere completato.

Polster distingue il confine di contatto che rappresenta l’intersoggettività, dal confine dell’io, definito come “confine dell’esperienza permessa all’interno del proprio sé”, esso comprende il confine del corpo, del valore, dell’intimità e dell’espressività. Si definisce il Sé come il confine di contatto in funzione, non come parte dell’organismo, ma come funzione integrata del campo in cui opera l’organismo. In particolare il concetto di Sé gestaltico comprende tre funzioni: Es, Io e Personalità:

  • L’ES rappresenta le funzioni interne, funzioni vitali e in particolare la loro traduzione corporea (Ho fame, Ho sonno);

  • L’IO è una funzione attiva di scelta o di rifiuto. Si tratta della mia responsabilità personale di aumentare o limitare il contatto, di manipolare il mio ambiente in base ad una presa di “coscienza” dei miei bisogni;

  • La funzione PERSONALITA’ è la rappresentazione che il soggetto fa di se stesso, la sua immagine di sé che gli consente di riconoscersi come responsabile di ciò che egli sente o che fa;

La psicologia della Gestalt analizza il contatto tra organismo e ambiente, in particolare i modi in cui, nel qui ed ora di un episodio di contatto, l’organismo crea, mantiene e termina il suo contatto con l’ambiente e quindi chiude una Gestalt, in una sequenza continua di sfondi e figure, ogni sfondo si svuota e presta la sua energia alla figura che si sta formando, la quale a sua volta diventa sfondo per una nuova figura, si sviluppa così il ciclo di contatto.

Le fasi del ciclo di contatto sono:

  1. Pre-contatto;

  2. Contatto;

  3. Contatto finale;

  4. Post-contatto;

Nel Pre-contatto, l’ambiente è fuori dal campo percettivo, (funziona l’attività Es del Sé) organismo e ambiente sono equivalenti, comincia ad emergere il bisogno.

Nel Contatto l’ambiente entra nel campo percettivo (funzione Io del Sé), il bisogno diventa lo sfondo, e l’oggetto esterno diventa la figura. In questo caso il corpo diminuisce, oppure nel caso del dolore diventa la figura. C’è un’emozione, seguita dalla scelta o dal rifiuto della possibilità, si potrebbe manifestare un’aggressività nell’avvicinare o superare gli ostacoli e subito dopo l’orientamento e la manipolazione deliberati.

Si distinguono 3 ulteriori sottofasi:

  • l’orientamento (vedo il bisogno e vado verso);

  • la manipolazione (tensione verso il contatto);

  • il contatto o la retroflesione (aumenta la tensione e si è pronti per il contatto, oppure ci si ritira dal contatto);

Nel contatto finale c’è l’interazione tra organismo e ambiente (perdono i loro confini sperimentando il noi) di sana confluenza, nel qui ed ora coesistono la percezione, l’emozione e il movimento (funzione Io del Sé). Emerge la figura che è in contatto, l’intenzionalità è rilassata. La consapevolezza è al suo stato più luminoso nella figura del Tu. Per giungere a questo risultato sono necessarie alcune condizioni: Il sé si è identificato con un elemento che attiva lo sfondo e ha alienato tutto il resto; Esso si è rivolto alla realtà ambientale e l’ha cambiata; Ha accettato le situazioni incompiute dell’organismo; Durante il processo, il Sé non è stato ne’ solo attivo (proiezione), ne’ solo passivo (introiezione), ma intermedio ai fini della soluzione. Il contatto finale viene paragonato all’insight, dove vengono meno le funzioni dell’io, l’esperienza è assolutamente intrinseca, l’individuo non agisce su di essa, la spontaneità è il segnale più evidente e si diventa consapevoli dell’unità, ovvero il Sé giunge a sentire se stesso.

Nel post-contatto l’organismo ha raggiunto il suo scopo e c’è un ritiro del contatto accompagnato dall’assimilazione della novità e dalla crescita dell’organismo, che si manifesta con l’aumento dei confini dell’Io (funzione personalità del Sé), questo processo è inconsapevole.

Il contatto è una trasformazione creativa, in quanto permette attraverso la manipolazione efficiente ed adeguata dell’ambiente, di distruggere o assimilare parti della realtà, per renderle parti del Sé, questo avviene anche durante la terapia, quando il paziente distoglie la sua aggressività da se stesso, e la rivolge contro i suoi introietti per assimilarli o rigurgitarli. Anche l’artista, in quanto individuo creativo, dopo l’intuizione, deve manipolare per creare, l’azione, quindi è un elemento indispensabile per compiere un adeguato contatto.

L’eccitazione persiste e aumenta durante tutta la sequenza dell’adattamento creativo, ed è più forte al momento del contatto finale, ma immaginiamo che la sequenza venga interrotta, quando l’eccitazione viene interrotta, il respiro che era diventato più forte, viene bloccato, e può manifestarsi l’angoscia, ma se l’interruzione si manifesta per affrontare un pericolo improvviso, può assumere la forma del vero panico.

Le conseguenze posono essere quelle di diventare più prudenti per quanto riguarda il bisogno che aveva fatto cominciare il ciclo, e di controllarlo distogliendo l’attenzione, distraendo l’interesse con altre cose, trattenendo il fiato serrando i denti, contraendo i muscoli addominali. Questo è un tentativo di svolgere un adattamento creativo, operando sul corpo (che diventa figura) invece che sull’ambiente.

Perls definisce il Sé come l’acqua, il Sé non ha forma, esso assume la forma del recipiente, ma nel caso in cui si fossero verificate molte interruzioni di contatto, il Sé resterebbe bloccato da ostacoli e non potrebbe scorrere liberamente.

Chiara Miranda

Psicoterapeuta Gestalt Analitica

Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

Bibliografia:

Perls-Hefferline-Godmann :”Teoria e  pratica nella terapia della gestalt“; Astrolabio Ed.

Perls F. :”L’Io, la fame,  l’aggressività“; Franco Angeli Ed.

Spagnuolo Lobb – Amendt Lyon: “Il permesso di creare“,  Franco Angeli Ed. ( il cap. 7, parte 2°, “Contatto e  creatività”)

Oltre le polarità, l’equilibrio nell’integrazione.

Il funzionamento ed il senso del principio di compensazione in Jung

L’approccio concettuale di Jung, trae le sue origini dal pensiero di Freud, in particolare dal concetto di libido, che come sappiamo è centrale nella teoria freudiana, ma mentre Freud, che aveva esperienza prevalentemente di nevrotici, la considera una energia tipicamente legata alla pulsione sessuale, Jung, che vive i suoi primi anni professionali a contatto con gli psicotici, ha modo di notare che si tratta invece di una energia vitale non specifica, che coinvolge tutto il processo psichico dell’individuo e che è responsabile della formazione dei simboli. Egli riconosce i meriti di Freud e di Adler, il primo concentrato sull’oggetto, teso all’analisi del passato, il secondo concentrato sul soggetto, teso allo sviluppo delle potenzialità dell’individuo nel futuro, ma capisce che deve fare una sintesi dei due opposti, in quanto essi non si escludono, ma devono necessariamente integrarsi. Da qui egli comincia ad elaborare il concetto di tipi psicologici, ovvero riconosce che l’individuo ha in sé due polarità che si contrappongono e che formano la base della personalità individuale: l’introversione e l’estroversione. L’introverso procede dal soggetto all’oggetto, ovvero la coscienza è dentro la soggettività individuale e percepisce l’oggetto come sfondo, viceversa l’estroverso, che procede dall’oggetto al soggetto, ha la coscienza centrata sull’oggetto, avvertendo la soggettività personale come sfondo, di conseguenza, l’estroverso avrà la tendenza ad uniformarsi più facilmente alle regole sociali, avrà più faciltà di adattamento nel mondo, mentre per l’introverso ciò sarà più difficoltoso, perchè ogni scelta verrà prima vagliata dalla propria personale visione delle cose.

La personalità di un individuo, manifesta prevalentemente una di queste polarità, mentre l’altra rimane sullo sfondo, Queste due tendenze possono essere immaginate come due estremi opposti, situati su una linea immaginaria che va dalla completa introversione alla completa estroversione. Nella teoria di Jung viene descritto un meccanismo di bilanciamento tra introversione ed estroversione che prende il nome di “compensazione”. Tale meccanismo agisce egualmente sia a livello conscio che a livello inconscio, producendo una autoregolazione tra le tendenze relative all’introversione e all’estroversione, quindi, chi si presenta prevalentemente introverso a livello cosciente sarà prevalentemente estroverso nella sua parte inconscia. Al contrario, una persona che si presenta molto estroversa a livello cosciente avrà nel suo inconscio una componente fortemente introversa. Il meccanismo della compensazione è strettamente legato a quello dell’individuazione, Jung pensa che “la compensazione inconscia di uno stato nevrotico della coscienza contiene tutti gli elementi capaci di correggere efficacemente e fruttuosamente l’unilateralità della coscienza, quando questi elementi divengano coscienti, vale a dire siano intesi e integrati come realtà nella coscienza”1.

Jung osserva che ci sono due modi per procedere nello studio della personalità umana, uno analitico, che è quello adottato da Freud, dove tutto il materiale simbolico viene pazientemente scomposto e analizzato, l’altro sintetico, che invece integra il materiale simbolico in una espressione generale e comprensibile. E’ appunto a questa seconda definizione che Jung dedica la sua attenzione, infatti egli parla di amplificazione, definendola come processo mediante il quale per interpretare i prodotti dell’inconscio “non ho più ridotto, come Freud, a elementi pulsionali, ma ho posto in analogia con i simboli della mitologia…per riconoscere il significato sotto il quale essi si apprestavano ad agire…per cui è diventato possibile una riconciliazione tra la personalità cosciente e le tendenze arcaiche altrimenti incompatibili con la coscienza”2.

Nel suo saggio”Psicologia dell’inconscio” (1917-1943) Jung descrive il sogno di una sua paziente evidenziando le due modalità di interpretazione, egli sottolinea come, solo col metodo sintetico, sia possibile cogliere il significato relativamente al soggetto che sogna, liberandolo dalla realtà oggettiva esterna. Ciò rende possibile riconoscere i contenuti espressi nel sogno come parti del soggetto, per poterli successivamente integrare nel soggetto. Il sogno usa un linguaggio simbolico ricco di condensazioni, crea metafore per spiegare le quali occorrerebbero fiumi di parole, che forse non sarebbero sufficienti. Il suo è un linguaggio analogico, la sintesi gli è affine, l’analisi stravolgerebbe la sua essenza.

Per questo Jung afferma che il sogno raffigura se stesso e ha una funzione compensatrice, perché sottolinea il lato opposto e inespresso della personalità, al fine di conservare l’equilibrio. Tutti i processi inconsci, per Jung hanno una funzione compensatrice dei processi psichici coscienti, ovvero attuano un bilanciamento funzionale che può essere considerato come una autoregolazione dell’apparato psichico al fine di mantenere l’omeostasi.

L’attività della coscienza ha una sua direzione prevalente, ha necessità cioè di selezionare alcuni contenuti ed escluderne altri, ma questo relegare nell’inconscio contenuti non affini, non deve essere rigido, pur essendo inconsci, questi contenuti fanno da contrappeso all’orientamento cosciente, un’eccessiva unilateralità, provocherebbe una forte tensione, che porterebbe i contenuti ad affiorare attraverso ad esempio i sogni. In questo modo l’inconscio fornisce alla coscienza gli elementi necessari per raggiungere un adattamento.

Scrive Carotenuto: “La possibilità che la psiche umana ha di mediare la tensione che le antinomie provocano e di costruire nuove sintesi, è ciò che potremmo definire capacità simbolica, capacità cioè di tenere assieme e di spostare su un piano metaforico ciò che su un piano concreto verrebbe altrimenti vissuto come conflitto e porterebbe a lacerazioni e scissioni della coscienza”3.

Nelle nevrosi, la normale compensazione è disturbata dall’eccessivo contrasto tra contenuti inconsci e la coscienza, in questo caso la terapia analitica mira a rendere coscienti questi contenuti per ristabilire la compensazione, scrive Jung “E’ insomma come se la nostra coscienza si trovasse tra due mondi o realtà … tra loro incompatibili, e non esiste alcuna logica che le possa conciliare: l’una offende il nostro sentimento, l’altra la nostra ragione e tuttavia l’umanità ha sempre provato il bisogno di conciliare in qualche modo le due immagini del mondo … ritengo che la conciliazione tra verità razionali e verità irrazionale possa realizzarsi non soltanto nell’arte, quanto piuttosto nel simbolo perché il simbolo contiene, per sua natura, ambedue gli aspetti”4

Jung concepisce il simbolo come un motore psichico che nasconde la volontà di diventare qualcosa e che è strettamente legato al sintomo, la capacità simbolica del terapeuta permette al paziente di intravedere un senso nuovo del conflitto spostandolo su un piano metaforico per raggiungere una sintesi che vada oltre gli opposti, il simbolo media quindi tra conscio e inconscio, e nelle mani del terapeuta diventa uno strumento che consente una possibilità di compensazione a chi vive il blocco di tale funzione.

Jung distingue il trattamento analitico di una persona giovane da quella giunta alla mezza età. Nel primo caso l’analisi servirebbe ad aprire nuovi orizzonti di sviluppo potenziali, nel secondo caso avviene l’incontro con l’ombra, ovvero con tutti quei contenuti rimossi nella prima metà della vita e il cui riconoscimento può portare a veri e propri sconvolgimenti esistenziali. Lo svelamento della personalità originariamente contenuta, il dispiegamento dell’originaria totalità potenziale, ci porta a fare i conti con gli archetipi, che Jung definisce “ordinatori di rappresentazioni” o “modelli di comportamenti innati” potenti immagini mitologiche che agiscono sia nell’inconscio collettivo che in quello individuale.

Attraverso l’elaborazione cosciente delle immagini dell’inconscio collettivo, si sviluppa quella che Jung chiama la funzione trascendente, data dall’unificazione dei contrari. La funzione trascendente conduce alla rivelazione dell’uomo essenziale, mentre l’opposizione inconscia, se ignorata, provoca sintomi e situazioni che comunque interferiscono inconsciamente con la vita cosciente del paziente, la terapia quindi si pone l’obiettivo di capire e valorizzare nel miglior modo possibile i sogni e le altre manifestazioni dell’inconscio, sia per evitare il formarsi di una opposizione inconscia che col tempo può diventare pericolosa, sia per sfruttare al massimo il fattore terapeutico proprio della compensazione.

Chiara Miranda

Psicoterapeuta Gestalt Analitica
Licenza Creative Commons
Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

BIBLIOGRAFIA:

  • Carotenuto A. (a cura di) “Trattato di psicologia analitica” Torino, UTET (Vol.II);

  • Galimberti U. “Le Garzantine, Psicologia” Ed.Garzanti, (1999);

  • Jung C.G. : “Opere” Torino, Bollati Boringhieri ( volumi V e VII), (1983).

1C.G.Jung Psicologia dell’inconscio, in “Opere”, ed. Bollati Boringhieri (1983) pag.112.

2Umberto Galimberti, Le Garzantine Psicologia,Garzanti Editore.

3A.Carotenuto, Trattato di psicologia analitica, vol.II, pag.421.

4A.Carotenuto, Trattato di psicologia analitica, vol.II, pag.777

Linguaggio e sogno


Vladimir Kush

L’accesso al mondo dell’inconscio, trova quale strumento privilegiato, l ‘uso delle immagini, esse consentono, infatti, la possibilità di trasformare contenuti emotivi, a volte non esprimibili verbalmente, in forme che esprimono invece tutta la loro valenza emozionale, e che, solo successivamente, possono essere verbalizzate e tradotte in modo da essere assimilate dalla coscienza.

Le immagini, sono quello che ricordiamo dei sogni, forme di senso che cercano una narrazione per poter nascere e diventare parte integrante della nostra vita.

Il setting analitico, offre il contenitore entro il quale queste forme possono essere rappresentate, favorendo l’ingresso nel mondo dell’inconscio in modo fluido, senza correre il rischio di perdersi.

Ne “I simboli della trasformazione”, Jung descrive il “pensiero per immagini” come una infaticabile attività mentale che, a contatto con il mondo immaginale, tende a riordinare contenuti psichici costruendo nessi, alla ricerca di significati.

Ma non tutte le immagini sono simboli, e quindi capaci di trasformazione. Jung distingue il segno dal simbolo e afferma che un segno “ha un significato fisso, essendo un’abbreviazione (convenzionale) che sta per una cosa conosciuta oppure è un rimando a quella cosa medesima”, invece, il simbolo indica un contenuto polisemico, non definibile e non convenzionale, esso “possiede numerose varianti analoghe, e più ne ha a disposizione tanto più completa e appropriata è l’immagine che abbozza del suo soggetto”.

Il simbolo è vivo per Jung solo finchè mantiene questa caratteristica, egli rappresenta tensione tra opposti, tra conscio e inconscio, tra noto e non noto, nel momento in cui il simbolo partorisce il suo significato, muore e si trasforma in segno. Dando un nome alle cose che non conosciamo ancora, compiamo “un’azione storica di assegnazione di significati”, in tal modo, il simbolo esce dal regno della magia per entrare in quello delle convenzioni, esaurisce la sua funzione di mediatore e muore.

Ogni fenomeno psicologico, per Jung è un simbolo, in quanto si suppone che significhi qualcosa che si sottrae alla nostra coscienza, ma ciò dipende anche dall’atteggiamento di chi osserva, per Jung infatti, non esistono contenuti simbolici se non per una coscienza che li crea, il simbolo non è un significato, ma un’azione che mantiene in tensione gli opposti dalla cui composizione possono nascere i processi trasformativi.

Nell’attuale periodo storico, il pensiero, inteso come elemento di differenziazione nello sviluppo e nell’evoluzione della coscienza, non affonda più le sue radici nei miti, e ha girato lo sguardo verso il tramonto, verso il sol niger, e come nell’alchimia, la nigredo conduce l’Anima Mundi e la terra, “la colomba, tertium oppositiorum, simbolo dell’unione, è rimasta a terra piuttosto che librarsi nell’aria per congiungere ciò che il divino e il religioso ha sempre unito”.

La verticalità del pensare ha ceduto il passo al pensiero orizzontale, appiattito e omologato, dove non c’è più posto per la tolleranza e la diversità. Gli attuali atteggiamenti di intolleranza per il le diversità culturali e religiose, si sono esasperate a causa di una polarizzazione della religiosità, che ha perso la sua funzione simbolica, di congiunzione tra cielo e terra, tra conscio e inconscio, per divenire una rigida struttura che non può accogliere e che separa l’uomo da se stesso, e dal suo simile.

L’immaginazione resta allora una possibilità di trasformazione, pensare per immagini è uno stile particolare di pensiero, il pensiero laterale, che non segue una linea di causa-effetto, ma ha il suo nucleo nella conoscenza analogica, che segue percorsi diversi, punti nodali connessi da un senso che ha vita propria e si nutre del mito e del mondo degli archetipi.

Nelle sue esperienze terapeutiche di gruppo, in varie parti del mondo, Wilma Scategni, analista junghiana, ha potuto sperimentare come, nell’incontro tra popolazioni molto diverse tra loro, l’uso delle immagini si riveli davvero preziosa al fine di condividere contenuti emotivi, superando le diversità linguistiche e culturali.

In questi gruppi, il pensiero razionale viene completamente spiazzato, una o più immagini univoche possono improvvisamente rivelare nuove aperture, nuovi significati, vissuti e condivisi in modi diversi per ciascuno, in relazione alle proprie radici etniche. Un ruolo fondamentale è giocato dal continuo passaggio dal “segno” al “simbolo”, e ciò è possibile proprio grazie alle diverse provenienze dei partecipanti.

Lo “spaesamento” dovuto al fatto di trovarsi tutti insieme, diversi per culture, in un luogo straniero, dove il linguaggio è impedito o limitato dalla compresenza di diversi idiomi, produce senso di caos e destrutturazione, e favorisce nuove capacità di ascolto del proprio mondo interno e dell’”altro da sé”.

“Ogni immagine che attrae, suscita curiosità o interesse e può essere condivisa, è una finestra che apre a una comunicazione elementare, inizialmente grezza, ma che permette di accedere, attraverso la relazione, a forme di apprendimento linguistico-relazionale via via più approfondite”.

La continua relativizzazione dei valori di riferimento, lascia spazio ad una umiltà di fondo che facilita la relazione, al termine di una sessione, è possibile assistere alla creazione di un lessico gruppale, una lingua in gran parte sconosciuta, ricca di neologismi, dove immagini e parole si intrecciano a formare una storia comune condivisa.

Nei gruppi, come nell’analisi individuale, il setting si fa garante dei confini contenitivi, e la ritualità, ovvero l’incontrarsi sempre alla stessa ora nel medesimo luogo, fa parte della capacità di contenimento del setting. Nella struttura del “Granata IAGP Academy” si lavora attraverso l’esperienza transculturale sul tema dell’incontro concreto tra mondi e culture diverse. I partecipanti si incontrano cinque giorni all’anno sempre nel medesimo luogo, si tratta di conduttori di gruppi terapeutici e formativi dell’area europea, mediterranea e dell’area iberoamericana, con qualche rappresentanza palestinese, israeliana e marocchina. La scelta di Granada come sede è simbolica in quanto luogo storicamente intermedio di incontro tra mondi e culture.

Un altra realtà di gruppi di lavoro interculturali è Eranos, realizzata nel 1933 da Olga Froebe ad Ascona, in Svizzera, in armonia col pensiero junghiano, ha gettato ponti tra culture, reti relazionali e matrici. Olga Froebe parlava di un inconscio di gruppo, anticipando concetti ormai consolidati sulla creazione e conduzione di gruppi analitici e terapeutici. In questo luogo, per anni si sono incontrate le religioni del mondo attraverso una comune ricerca di immagini e forme di spiritualità. Era qui che si svolgevano le Eranos Tagungen, conversazioni finalizzate allo “studio delle immagini e delle forze archetipali nei loro rapporti con l’individuo”, e più in generale all’esplorazione dei mondi interiori dell’uomo, condotta attraverso le metodologie scientifiche proprie di ognuno dei partecipanti.

A proposito di un inconscio di gruppo, Scategni sottolinea il parallelo tra la funzione individuale dell’io, quello che Jung definisce “complesso dell’io”, in quanto gestore delle diverse entità dell’inconscio, e il ruolo del terapeuta di gruppo, che deve essre mediatore tra i singoli componenti del gruppo, creando relazioni, comunicazione, come se si trattasse di “parti” di un unico sé gruppale.

I luoghi dove si svolgono gli incontri, hanno una valenza simbolica, la vicinanza di boschi, laghi, l’incontro con la natura, favoriscono una migliore connessione col proprio inconscio, permettendo alla quotidianità, con i suoi ritmi pervasivi, di rimanere sullo sfondo. Anche la configurazione spaziale che viene assunta dal gruppo terapeutico ha una funzione facilitante a fare emergere emozioni, immagini, e a creare una forte senso di appartenenza e di condivisione. La forma di cerchio mandalico, rappresenta una totalità riflessa del sé, equidistanza dal centro, possibilità di guardarsi tutti negli occhi, cogliendo tutte le sfumature emozionali dei partecipanti.

Se il cerchio rimanda ad una forma temporaneamente chiusa, la spirale utilizzata nel Social dreaming è una configurazione più aperta e flessibile. Il Social dreaming spesso è inserito nel time table, sotto forma di on going group, restituendo ogni mattina, al gruppo, le immagini notturne evocate dal processo in atto, si svolge nelle prime ore del mattino e la struttura a spirale permette ai partecipanti di aggiungersi al gruppo secondo i propri tempi.

Chiara Miranda

Il Social Dreaming è una tecnica di lavoro con i gruppi che porta alla luce il contributo che i sogni possono offrire alla comprensione della realtà sociale ed istituzionale in cui si vive e si lavora. Partendo dall’assunto che”I sogni non sono solamente proprietà privata del sognatore, ma appartengono al contesto più ampio del quale egli fa parte: il posto che il sognatore occupa nella vita quotidiana e il suo ruolo personale e lavorativo. Una volta sognati, i sogni possono essere applicati con successo ad uno scopo comune e diventare informazione per qualsiasi sistema del quale il sognatore sia membro” (Lawrence – 2002), il sogno può essere usato come linguaggio, come strumento per pensare in modo nuovo, costruendo nei gruppi (di lavoro o di formazione) un dialogo basato sulla libera associazione, la matrice di Sogno Sociale offre lo sfondo su cui costruire esperienze gruppali. La costruzione della matrice di sogno sociale, che è al cuore della tecnica, si sviluppa in una serie di incontri coordinati da uno o più conduttori e prevede da 3 a 5 sedute di gruppo, ciascuna della durata di un’ora e mezza.

Le Matrici di Sogno Sociale favoriscono un’interazione fluida e non gerarchica tra i partecipanti e lo sviluppo di connessioni e conversazioni ‘significative’, piu’ riccamente connesse alla verita’ emotiva.

Anche nei gruppi ispirati allo Psicodramma di Moreno, viene posta molta attenzione al processo creativo, attraverso la drammatizzazione e la regia del conduttore, prende forma un cosmo relazionale, il protagonista, nel ricordare scene significative del suo passato evoca immagini che possono essere drammatizzate rivivendone le emozioni.

Nel lavoro basato su una formazione junghiana, viene posta l’attenzione sugli echi emergenti dall’inconscio del gruppo e dei singoli partecipanti, e sulle loro interazioni, nel corso dell’esperienza, i feedback di restituzione al gruppo, possono essere aperti a più significati, possibili, infine, la sequenza delle immagini che si costellano, assumono la forma di una biografia immaginale del gruppo stesso.

Fino al 1998 ai colloqui di Eranos – incontri annuali, da sempre internazionali e multidisciplinari e i cui atti venivano pubblicati negli Eranos Jahrbuch – parteciparono intellettuali dediti a discipline diverse  che però condividevano, tutti, l’attività di ricerca, e un orientamento culturale interdisciplinare a tonalità, in senso lato, (fonte Wikipedia).

Biblografia:

  1. S. Arieti Creatività, la sintesi magica Ed. Il pensiero scientifico 1979

  2. Edinger   Anatomia della psiche  Biblioteca di Vivarium

  3. Carl G. Jung “Simboli della trasformazione” in Opere, Bollati Boringieri

  4. W.Scategni, Ponti trans-culturali attraverso le immagini, in “Jung e le Immagini” (a cura di F.Vigna) Moretti e Vitali Editori 2010

  5. W.Scategni, Ponti trans-culturali attraverso le immagini, in F.Testa, “Il volo dell’angelo” Bonanno Editore 2011

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