L’immaginario nella psicoterapia

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L’uso delle tecniche artistiche in psicoterapia, trova in M.Klein una anticipatrice, la Klein utilizzava il disegno come tramite nella relazione terapeutica, affermando che il gioco del bambino potesse essere il sostituto delle libere associazioni che Freud utilizzava nell’analisi dei suoi pazienti adulti.
Anche la psicoterapeuta infantile Nicole Fabre utilizza le arti figurative nella terapia analitica, creando uno spazio transizionale nel quale il bambino possa utilizzare liberamente il materiale messo a sua disposizione nel setting analitico, come pennelli, colori, plastilina, creta, per costruire le sue immagini interiori sulle quali poter raccontare la sua storia personale.

Nel suo saggio “L’immaginario in azione nella psicoterapia infantile” l’autrice racconta una psicoterapia svolta con un suo piccolo paziente, che presentava seri disturbi comportamentali e evidenti difficoltà a raccontarsi, l’uso creativo della plastilina consente il nascere di forme che diventano personaggi che agiscono in una storia, permettendo il passaggio dall’agire le emozioni, al racconto, alla narrazione: ”avevo tradotto in parole l’azione che si era svolta e le parole rendevano l’immagine…nel sostituire progressivamente le parole alle grida e nel tollerare che io traducessi le (sue) azioni in parole, Joel aveva effettuato un’ulteriore azione di distanziamento e simbolizzazione…restituivo a Joel una storia che aveva un filo conduttore, un senso, una memoria, ….. dopo un momento di silenzio mi dice – allora l’ho scritto io!…sono io questo!”1

E’ evidente la funzione di specchio che il bambino è riuscito trovare nello spazio terapeutico e l’importanza che questa funzione ha svolto nel suo divenire consapevole di sé e quindi la possibilità di lavorare su questa consapevolezza, ma l’uso della materia informe è stato il passaggio cruciale per far si che le emozioni manifestate in maniera disorganizzata e caotica all’inizio della terapia, diventassero ordinate in un racconto, il racconto della vita di Joel.

A differenza della Klein, che utilizzava i disegni dei bambini per interpretarli, l’autrice, vicina al pensiero di Winnicott, utilizza lo spazio creativo per permettere alla storia personale del paziente di emergere e di prendere forma posticipando l’interpretazione alla fine della terapia, ancora una volta “la via è la meta”, il fine non è l’interpretazione2, ma il dispiegarsi narrativo della storia del paziente.

1 Fabre N. L’immaginario in azione nella psicoterapia infantile Ed. Magi 2004 pag.99
2 Winnicott afferma che nelle consultazioni terapeutiche, il momento significativo è quello in cui il bambino sorprende se stesso, non è il momento dell’interpretazione. L’interpretazione data fuori dalla compiutezza del materiale, produce compiacenza , solo se vi è un gioco spontaneo e non compiacente, l’interpretazione può far progredire il lavoro terapeutico.

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L’arte di narrare

L’unico problema dell’arte è raggiungere un equilibrio tra il soggettivo e l’oggettivo…l’arte ha dimostrato che l’espressione universale può essere creata soltanto da una reale corrispondenza tra universale e individuale”

(Mondrian)

Le tecniche espressive artistiche, possono essere un valido strumento di recupero del rapporto tra dentro e fuori, tra soggettivo ed oggettivo, permettendo lo svolgersi di un’ esperienza attraverso la quale il sé possa rispecchiarsi, emergere dall’informe per divenire parte integrante della personalità.

Vicino all’ idea dell’arte che cura, in particolare all’arte di narrare, è James Hillman, egli ritiene che la mente sia fondata nella sua stessa attività narrativa, dove si svelano gli Dei, modelli permanenti del nostro agire, e la capacità della psicoterapia di guarire dipende dalla sua capacità di continuare a ri-raccontarsi, di mantenere vivo il flusso delle immagini1, ascoltare le voci dell’anima, la terapia è un racconto rivolto all’ artista che è nel terapeuta e al terapeuta che è nell’artista.

Per Adler, la storia narrata dal paziente è un tentativo di dare una risposta ad una domanda: “cosa vuole l’anima?” egli afferma che ”l’anima vuole perché la sua causa finale, il suo telos, deve rimanere inadempiuto. Ogni suo movimento possiede per sua natura un fine, e tuttavia questa intenzionalità non può essere formulata”2

Nell’aspirazione ad emergere, la psiche inventa immagini e la mente la segue, ma la meta non è definita perché la via è la meta e noi siamo guariti quando la nostra meta diventa la nostra storia e noi la riconosciamo come tale.

La ricerca di senso dell’uomo è ricerca della sua anima come scintilla divina, come ritorno all’unità che era all’origine, con “Le storie che curano”, Hillman ci invita a considerare la base poetica della mente, a verificarne le profondità, abbandonandoci alle sue immagini per restituire alla terapia il “senso del vivere e del morire all’interno di un cosmo immaginale”.3

”É sempre un regalo dell’anima che apre la strada alla realizzazione del Sé. L’anima suscitatrice di illusioni, sa anche darci ciò che speriamo, ciò che immaginiamo…É l’inutilità della psicoterapia a guarire i sintomi…a farmi sperare nella potenzialità eversiva di una pratica di essa che accetti di procedere ambiguamente tra scienza e arte. Nella tensione verso l’unità e la totalità della psiche…si realizza infatti la dimensione estetica dell’analisi”.

(Basilio Reale)4

Scrive Umberto Galimberti:”Il rimosso della nostra civiltà non è l’istinto, ma il simbolo, per la sua capacità di trascendere la realtà codificata”, la terapia che usa lo strumento artistico e quindi simbolico ed estetico, permette di creare una “forma” in cui l’emozione possa essere contenuta ed espressa, in cui le rotture di senso del paziente possano essere trasformate in un dolore che si possa guardare.

“L’impossibilità di definire il simbolo con la logica della ragione testimonia un’impossibilità linguistica intimamente connessa all’incapacità della ragione di parlare senza sopprimere la fonte stessa del suo linguaggio. Ma un linguaggio costruito sulla rimozione di questa fonte è un linguaggio a cui mancano le parole per esprimerla e questa carenza non è semplice povertà linguistica, ma è essa stessa un evento simbolico, l’evento della sua dimenticanza”.5

1 Hillman afferma che il modo in cui immaginiamo e raccontiamo la nostra vita è anche il modo in cui ci apprestiamo a viverla, le nostre immagini interiori si trasformano in realtà, lo stile narrativo del paziente è fondamentale per l’analista che vuole comprenderlo profondamente, egli dice che si dovrebbero leggere i casi clinici con grande attenzione alla loro forma, al ritmo, alle metafore, perchè gli archetipi non si trovano solo nel contenuto.
2 Hillman J. Le storie che curano Raffaello Cortina Editore 2004 pag.139
3 op. cit. pag. VI (della prefazione)
4 Basilio Reale Le Macchie di Leonardo Ed.Moretti &Vitali 1998 pag.55
5 Galimberti U. Paesaggi dell’anima Arnaldo Mondadori Editore 1996 pag.26


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Come promuovere la creatività

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La promozione della creatività del singolo, nella società occidentale contemporanea, è stata trascurata, presi come siamo ad incentivare la produttività, in una crescente spinta al consumismo, la competizione economica, diviene lo specchio dei valori che vengono prodotti dalla nostra cultura, che spinge all’arrivismo, all’individualismo e scoraggia la collaborazione, la solidarietà e l’integrazione delle diversità.

Lo spazio per la crescita della creatività ha bisogno di tempo, di vuoto, di riflessione, di meditazione e di una scuola che non incoraggi l’omologazione e il nozionismo a sfavore di un’armoniosa e completa crescita della personalità dell’individuo, che rispetti le molteplici qualità dell’intelligenza umana, e non solo alcune, valorizzando la ricerca di una visione olistica della realtà.

Torrance ha effettuato studi sullo sviluppo della creatività, egli ha elencato i comuni ostacoli educativi al pensiero creativo, come i tentativi di eliminare la fantasia, di limitare la curiosità, l’accentuazione esagerata della prevenzione, della paura, della timidezza, l’accentuazione della critica distruttiva e le pressioni coercitive da parte dei coetanei.1

L’apertura a campi molteplici sembra esistere nella maggior parte degli individui creativi, spesso la loro caratteristica è proprio quella di applicare nozioni e principi di un campo ad un altro campo, specialmente nei settori scientifici. Molti scienziati famosi avevano in comune il loro stile cognitivo e percettivo, erano infatti tutti orientati verso il nuovo, l’insolito e verso la riorganizzazione di vecchie conoscenze in modo nuovo.

Studiando la vita di grandi personaggi della storia, spesso, si è potuto riscontrare, come la loro personalità sia stata creativa a “360 gradi” non solo nel campo artistico, ma in molti campi del sapere, come se l’essere creativi fosse in realtà una qualità che coinvolge la personalità per intero, e che si manifesta, come approccio globale nei confronti di molteplici aspetti dell’esistenza, che si arricchiscono reciprocamente, permettendo la formazione di una personalità complessa, dove interagiscono le diverse conoscenze, quasi a formare un’organicità d’insieme che interfacciandosi con la complessità della realtà, riesce a comprenderla profondamente.

Arieti raccomanda diverse condizioni2 per favorire lo sviluppo della creatività negli adulti, una è l’isolamento, perché l’individuo privato dalle eccessive stimolazioni sensoriali può “ascoltare il suo sè interiore, venire in contatto con le sue risorse di base interiori e con alcune manifestazioni del processo primario”.

Un’altra condizione è l’inattività, intesa come prendersi del tempo libero per non fare “niente”, raccomanda inoltre l’uso del pensiero libero e il sognare ad occhi aperti, come condizioni di distacco dalle consuetudini, altre condizioni sono la credulità come possibilità di apertura innocente al nuovo, unita alla vivacità e la disciplina, perché l’ispirazione e il talento sono importanti, ma non sufficienti, senza l’apprendimento rigoroso delle tecniche.3 Infine caratteristica più importante è la determinazione all’azione, senza la quale la creatività potrebbe non emergere mai.

Nel suo libro “La via dell’artista” Julia Cameron, regista e scrittrice, racconta la sua decennale esperienza come “consulente di creatività”, originale professione che le ha permesso di mettere a punto una tecnica fatta di dodici passi prendendo spunto dal suo percorso personale di disintossicazione dall’alcool,

L’autrice passa in rassegna uno dopo l’altro i nodi cruciali che possono bloccare il contatto di una persona con se stessa4 e che di fatto impediscono la produttività creativa: l’identità, il potere, l’integrità, la speranza, l’abbondanza, fino al recupero dell’autonomia e della fede. Un impegno quotidiano sono le “pagine del mattino”,5 tre pagine da scrivere appena svegli seguendo il flusso dei pensieri, senza rileggerle o giudicarle, come un drenaggio della mente. Un elemento importante che emerge è che a volte, per liberare la creatività, sia necessario fare un percorso di analisi su se stessi senza il quale, le nevrosi agiscono come una gabbia sulla personalità, ma ancora più importante è fare, agire, non limitarsi solo a fantasticare, ogni capitolo ha infatti dei compiti da svolgere ai quali si affiancano delle riflessioni che aiutano l’autoanalisi.

1 Arieti op. cit. pag. 394
2 Arieti Op. cit .pag.404
3 Si noti come il concetto di talento possa rientrare nella definizione precedentemente data a pag. 6 di processo primario, mentre la tecnica rientri in quello di processo secondario.
4Winnicott a proposito del falso sé descrive le persone poco creative come imbrigliate nel sé di qualcun altro, non in contatto con la propria soggettività, per le quali la vita non vale la pena di essere vissuta.
5 Cameron J. La via dell’artista Ed.Longanesi &C. 1998 pag.23

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La creatività

La personalità umana è caratterizzata da una qualità peculiare ed unica, la creatività. Questa qualità, consiste nella capacità di vedere ciò che non esiste ancora, di immaginare soluzioni nuove combinando conoscenze acquisite, ovvero di miscelare elementi conosciuti creandone di nuovi, e quindi l’evoluzione dell’uomo deve tutto a questa caratteristica.

In tutti i campi del sapere, si trovano tracce della creatività, nel campo scientifico, artistico, filosofico, l’uomo compie balzi evolutivi grazie ad alcuni rappresentanti più dotati, i quali condividendo le nuove conoscenze, si trascinano dietro il resto dell’umanità, che spesso non è pronta per comprendere ciò che una mente illuminata riesce a vedere.

Ma anche nell’uomo comune c’è creatività, e questa capacità gli permette di risolvere i problemi quotidiani in maniera originale, gli permette di immaginare e sognare.

La capacità creativa dell’uomo è una qualità innata, ma la sua possibilità di manifestarsi pienamente, dipende dallo sviluppo della sua personalità, da quanto esso sia stato favorito o inibito. Seguendo il pensiero di Winnicott, risulta abbastanza evidente che le qualità “creative” si affinano nello spazio che si crea nel rapporto tra il bambino e la madre.

Questo spazio di transizione si pone come paradosso che deve essere accettato come tale, la sua risoluzione, infatti, porta alla costruzione di un falso sé, mentre la vera personalità resta nell’ombra, in attesa di essere risvegliata.

Analizzando gli aspetti che possono nell’età adulta ricreare le condizioni favorevoli al recupero delle potenzialità creative, intese come integrazione delle varie componenti inespresse della personalità, si passano in rassegna varie tecniche, tra le quali in particolare le arti figurative.

Infatti l’uso di materiale informe, consente il passaggio dal processo primario, a quello secondario, rendendo possibile una sintesi creativa tra i due processi, sintesi che può tradursi, non solo nella creazione artistica, ma soprattutto in aumento della consapevolezza di sé.

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GRUPPI DI PSICOTERAPIA GESTALT ANALITICA

Il cambiamento terapeutico è un processo molto complesso, che passa attraverso  una serie di elementi che interagiscono tra loro, pertanto il risultato di questa interazione non è prevedibile e non è quantificabile, viste le molteplici variabili presenti.
La psicoterapia Gestalt analitica, trova la sua migliore espressione quando opera nei gruppi.

Nei gruppi di psicoterapia, intervengono molteplici fattori:

1. infusione della speranza

2. universalità

3. informazione

4. altruismo

5. ricapitolazione correttiva del gruppo primario familiare

6. sviluppo di tecniche di socializzazione

7. comportamento imitativo

8. apprendimento interpersonale

9. coesione di gruppo

10. catarsi

11. fattori esistenziali

Alcuni di questi fattori agiscono a livello cognitivo, altri comportamentale, altri ancora emozionale, tutti sono necessari e la loro utilità varia al variare delle persone e delle problematiche.

La speranza rappresenta la fiducia del paziente e del terapeuta in un metodo di trattamento,. Nei gruppi di auto aiuto e nei gruppi degli alcolisti anonimi, questo elemento è considerato molto importante. Nei membri di questi gruppi si radica la convinzione di poter raggiungere i medesimi risultati che altri hanno già raggiunto, e questo è quindi un fattore terapeutico molto potente.

L’universalità permette alle persone del gruppo di non sentirsi soli con i propri problemi, la possibilità di condividerli con altre persone allenta la tensione e dona sollievo al dolore ed allo stress.

Far circolare le informazioni tra membri del gruppo e tra terapeuti e gruppo, spesso risolve problemi che a prima vista sembrano insormontabili, se visti da una sola angolazione. Nei gruppi omogenei questo fattore è molto prezioso, le soluzioni di una persona possono essere adottate da altre, in uno scambio ricco e confortante.

L’altruismo mostra tutta la sua efficacia soprattutto nei gruppi psichiatrici, dove le persone sono scoraggiate e abituate ad essere di peso agli altri, scoprire di poter dare anche sostegno è un grande incentivo all’autostima.

La ricapitolazione correttiva del gruppo familiare, permette alle persone che hanno avuto una storia familiare insoddisfacente di ricreare all’interno di un contesto protetto le condizioni ideali per sperimentare le relazioni in modo nuovo e più funzionale. Spesso i gruppi sono condotti da due terapeuti uno maschio ed uno femmina per riproporre la coppia genitoriale.

Le Tecniche di socializzazione intervengono quando, attraverso i feedback dei membri del gruppo, le persone possono rivedere la propria capacità di stare con gli altri, comprendendo così la discrepanza tra ciò che intendono comunicare e l’effettivo impatto sugli altri.

Gli schemi comunicativi del gruppo vengono facilmente appresi e imitati dai membri, Winnicott affermava che noi viviamo in una “matrice relazionale”, il bambino durante lo sviluppo tende a incrementare i tratti che incontrano approvazione ed a soffocare quelli che vengono disapprovati, siamo naturalmente portati a creare relazioni imitando il comportamento degli altri, questo fattore è il comportamento imitativo.

L’apprendimento interpersonale, è basato sull’assunto che noi costruiamo la considerazione di noi stessi sulla base di valutazioni riflesse che ci provengono dall’ambiente. La “distorsione paratattica” è quella che Sullivan definisce come propensione dell’individuo a deformare la sua percezione degli altri. Attraverso la “validazione consensuale” che viene esercitata dal gruppo,

Sullivan afferma che è possibile limitare queste distorsioni e portare l’io al punto in cui il paziente appaia agli altri in modo molto simile a come egli vede se stesso.

L’importanza dell’esperienza emotiva nella terapia e la scoperta fatta dal cliente dell’inadeguatezza delle sue reazioni interpersonali attraverso l’esame di realtà, sono decisivi sia nella terapia

individuale che in quella di gruppo. Ma l’evocazione di una forte emozione (catarsi) non è sufficiente per trasformarla in un’esperienza emotiva correttiva, perché ciò avvenga sono necessarie due condizioni:

· i membri del gruppo devono avvertire abbastanza fiducia e sostegno per esprimere queste tensioni apertamente;

· devono esserci sufficiente impegno e un feedback sincero per permettere un corretto esame di realtà.

L’esperienza è correttiva se le conseguenze dell’espressione di quell’affetto non sono così devastanti come il paziente si aspettava, sperimentando la possibilità di esprimere parti di sé che non aveva il coraggio di manifestare.

Dopo un certo periodo di tempo, i membri del gruppo cominciano a interagire tra loro, come farebbero con le altre persone presenti nella loro sfera sociale, manifestando il loro comportamento non adattivo, il gruppo diviene così un “microcosmo sociale” ricco di transazioni, a questo punto i feedback del gruppo diventano particolarmente preziosi.

Per riconoscere i modelli comportamentali non funzionali, il terapeuta può utilizzare le proprie reazioni emotive, oltre ad osservare le reazioni emotive degli altri componenti del gruppo. Ma per evitare errori, (anche i terapeuti hanno i loro punti deboli) si ricorre al co-terapeuta, dal confronto delle differenti emozioni si può avere un quadro più chiaro. Inutile precisare che l’analisi individuale del terapeuta ha un ruolo fondamentale per conoscere se stessi e comprendere meglio il controtransfert, inoltre sarebbe utile fare frequenti supervisioni di gruppo almeno fino a quando non si diventa più esperti.

La coesione di gruppo si esprime attraverso la solidarietà, la difesa delle norme e del gruppo, l’aiuto reciproco, il condividere affettivamente il proprio mondo interiore con gli altri, è il senso di appartenenza al gruppo.

I fattori esistenziali nella psicoterapia sia di gruppo che individuali, non sono ritenuti essenziali da tutte le scuole di psicoterapia, ma a mio avviso sono fondamentali per dare un senso di prospettiva al lavoro terapeutico, ogni essere umano ha una storia, e dare senso alla propria vita, significa

raccontare la propria storia, prendendosi la responsabilità di decidere come condurla, accettando i nostri limiti e rendendosi conto che alla fine siamo soli con noi stessi ad affrontare le nostre difficoltà, divenire noi stessi è infine la meta più autentica che possiamo darci.

Concludo dicendo che i fattori terapeutici non agiscono nello stesso modo con tutte le persone, ognuno ritiene più importanti alcuni fattori piuttosto che altri, e questo rende l’idea di quanto sia complesso il processo terapeutico che agisce durante la terapia.

In sintesi per mettere in luce il processo, i clienti devono riconoscere ciò che stanno facendo, valutare l’impatto del loro comportamento sugli altri, esercitare la loro volontà, trasformare l’intenzione di cambiamento in decisione e la decisione in azione, infine devono consolidare il cambiamento e portarlo nella vita quotidiana.

La tecnica d’intervento varia a seconda delle scuole e degli approcci, può essere più o meno direttiva, l’importante è essere presenti nel qui ed ora del processo terapeutico, e non perderlo mai di vista. L’esperienza porta il terapeuta a notare ogni minima variazione di umore, dell’abbigliamento, degli orari, della posizione nel gruppo dei membri, degli sguardi, infiniti elementi sono significativi del processo di movimento del gruppo e meritano grande attenzione.

Nella professione è utile essere orientati alla continua formazione, all’aggiornamento ed alla ricerca, rimanendo aperti al nuovo, senza bloccarsi dentro rigide prescrizioni tecniche. Ricordiamo che la tecnica deve essere sempre al servizio del processo, e non viceversa. Infine lo stile personale del terapeuta è quel segno distintivo, particolare, che si manifesta durante il lavoro e che dipende dalla creatività di ognuno, dalla capacità di inventare soluzioni nuove usando strumenti consolidati, di contaminare differenti approcci riuscendo a tararli su misura per il paziente, adattandoli al momento presente. E’ la capacità del terapeuta di sorprendere e di sorprendersi ogni volta, come un bambino che scopre un nuovo gioco, che si trasforma in crescita emotiva per sé e per i suoi pazienti.

Testo di riferimento:

Yalom Irving: “Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo”, Bollati Boringhieri.

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