GRUPPI DI PSICOTERAPIA GESTALT ANALITICA

Il cambiamento terapeutico è un processo molto complesso, che passa attraverso  una serie di elementi che interagiscono tra loro, pertanto il risultato di questa interazione non è prevedibile e non è quantificabile, viste le molteplici variabili presenti.
La psicoterapia Gestalt analitica, trova la sua migliore espressione quando opera nei gruppi.

Nei gruppi di psicoterapia, intervengono molteplici fattori:

1. infusione della speranza

2. universalità

3. informazione

4. altruismo

5. ricapitolazione correttiva del gruppo primario familiare

6. sviluppo di tecniche di socializzazione

7. comportamento imitativo

8. apprendimento interpersonale

9. coesione di gruppo

10. catarsi

11. fattori esistenziali

Alcuni di questi fattori agiscono a livello cognitivo, altri comportamentale, altri ancora emozionale, tutti sono necessari e la loro utilità varia al variare delle persone e delle problematiche.

La speranza rappresenta la fiducia del paziente e del terapeuta in un metodo di trattamento,. Nei gruppi di auto aiuto e nei gruppi degli alcolisti anonimi, questo elemento è considerato molto importante. Nei membri di questi gruppi si radica la convinzione di poter raggiungere i medesimi risultati che altri hanno già raggiunto, e questo è quindi un fattore terapeutico molto potente.

L’universalità permette alle persone del gruppo di non sentirsi soli con i propri problemi, la possibilità di condividerli con altre persone allenta la tensione e dona sollievo al dolore ed allo stress.

Far circolare le informazioni tra membri del gruppo e tra terapeuti e gruppo, spesso risolve problemi che a prima vista sembrano insormontabili, se visti da una sola angolazione. Nei gruppi omogenei questo fattore è molto prezioso, le soluzioni di una persona possono essere adottate da altre, in uno scambio ricco e confortante.

L’altruismo mostra tutta la sua efficacia soprattutto nei gruppi psichiatrici, dove le persone sono scoraggiate e abituate ad essere di peso agli altri, scoprire di poter dare anche sostegno è un grande incentivo all’autostima.

La ricapitolazione correttiva del gruppo familiare, permette alle persone che hanno avuto una storia familiare insoddisfacente di ricreare all’interno di un contesto protetto le condizioni ideali per sperimentare le relazioni in modo nuovo e più funzionale. Spesso i gruppi sono condotti da due terapeuti uno maschio ed uno femmina per riproporre la coppia genitoriale.

Le Tecniche di socializzazione intervengono quando, attraverso i feedback dei membri del gruppo, le persone possono rivedere la propria capacità di stare con gli altri, comprendendo così la discrepanza tra ciò che intendono comunicare e l’effettivo impatto sugli altri.

Gli schemi comunicativi del gruppo vengono facilmente appresi e imitati dai membri, Winnicott affermava che noi viviamo in una “matrice relazionale”, il bambino durante lo sviluppo tende a incrementare i tratti che incontrano approvazione ed a soffocare quelli che vengono disapprovati, siamo naturalmente portati a creare relazioni imitando il comportamento degli altri, questo fattore è il comportamento imitativo.

L’apprendimento interpersonale, è basato sull’assunto che noi costruiamo la considerazione di noi stessi sulla base di valutazioni riflesse che ci provengono dall’ambiente. La “distorsione paratattica” è quella che Sullivan definisce come propensione dell’individuo a deformare la sua percezione degli altri. Attraverso la “validazione consensuale” che viene esercitata dal gruppo,

Sullivan afferma che è possibile limitare queste distorsioni e portare l’io al punto in cui il paziente appaia agli altri in modo molto simile a come egli vede se stesso.

L’importanza dell’esperienza emotiva nella terapia e la scoperta fatta dal cliente dell’inadeguatezza delle sue reazioni interpersonali attraverso l’esame di realtà, sono decisivi sia nella terapia

individuale che in quella di gruppo. Ma l’evocazione di una forte emozione (catarsi) non è sufficiente per trasformarla in un’esperienza emotiva correttiva, perché ciò avvenga sono necessarie due condizioni:

· i membri del gruppo devono avvertire abbastanza fiducia e sostegno per esprimere queste tensioni apertamente;

· devono esserci sufficiente impegno e un feedback sincero per permettere un corretto esame di realtà.

L’esperienza è correttiva se le conseguenze dell’espressione di quell’affetto non sono così devastanti come il paziente si aspettava, sperimentando la possibilità di esprimere parti di sé che non aveva il coraggio di manifestare.

Dopo un certo periodo di tempo, i membri del gruppo cominciano a interagire tra loro, come farebbero con le altre persone presenti nella loro sfera sociale, manifestando il loro comportamento non adattivo, il gruppo diviene così un “microcosmo sociale” ricco di transazioni, a questo punto i feedback del gruppo diventano particolarmente preziosi.

Per riconoscere i modelli comportamentali non funzionali, il terapeuta può utilizzare le proprie reazioni emotive, oltre ad osservare le reazioni emotive degli altri componenti del gruppo. Ma per evitare errori, (anche i terapeuti hanno i loro punti deboli) si ricorre al co-terapeuta, dal confronto delle differenti emozioni si può avere un quadro più chiaro. Inutile precisare che l’analisi individuale del terapeuta ha un ruolo fondamentale per conoscere se stessi e comprendere meglio il controtransfert, inoltre sarebbe utile fare frequenti supervisioni di gruppo almeno fino a quando non si diventa più esperti.

La coesione di gruppo si esprime attraverso la solidarietà, la difesa delle norme e del gruppo, l’aiuto reciproco, il condividere affettivamente il proprio mondo interiore con gli altri, è il senso di appartenenza al gruppo.

I fattori esistenziali nella psicoterapia sia di gruppo che individuali, non sono ritenuti essenziali da tutte le scuole di psicoterapia, ma a mio avviso sono fondamentali per dare un senso di prospettiva al lavoro terapeutico, ogni essere umano ha una storia, e dare senso alla propria vita, significa

raccontare la propria storia, prendendosi la responsabilità di decidere come condurla, accettando i nostri limiti e rendendosi conto che alla fine siamo soli con noi stessi ad affrontare le nostre difficoltà, divenire noi stessi è infine la meta più autentica che possiamo darci.

Concludo dicendo che i fattori terapeutici non agiscono nello stesso modo con tutte le persone, ognuno ritiene più importanti alcuni fattori piuttosto che altri, e questo rende l’idea di quanto sia complesso il processo terapeutico che agisce durante la terapia.

In sintesi per mettere in luce il processo, i clienti devono riconoscere ciò che stanno facendo, valutare l’impatto del loro comportamento sugli altri, esercitare la loro volontà, trasformare l’intenzione di cambiamento in decisione e la decisione in azione, infine devono consolidare il cambiamento e portarlo nella vita quotidiana.

La tecnica d’intervento varia a seconda delle scuole e degli approcci, può essere più o meno direttiva, l’importante è essere presenti nel qui ed ora del processo terapeutico, e non perderlo mai di vista. L’esperienza porta il terapeuta a notare ogni minima variazione di umore, dell’abbigliamento, degli orari, della posizione nel gruppo dei membri, degli sguardi, infiniti elementi sono significativi del processo di movimento del gruppo e meritano grande attenzione.

Nella professione è utile essere orientati alla continua formazione, all’aggiornamento ed alla ricerca, rimanendo aperti al nuovo, senza bloccarsi dentro rigide prescrizioni tecniche. Ricordiamo che la tecnica deve essere sempre al servizio del processo, e non viceversa. Infine lo stile personale del terapeuta è quel segno distintivo, particolare, che si manifesta durante il lavoro e che dipende dalla creatività di ognuno, dalla capacità di inventare soluzioni nuove usando strumenti consolidati, di contaminare differenti approcci riuscendo a tararli su misura per il paziente, adattandoli al momento presente. E’ la capacità del terapeuta di sorprendere e di sorprendersi ogni volta, come un bambino che scopre un nuovo gioco, che si trasforma in crescita emotiva per sé e per i suoi pazienti.

Testo di riferimento:

Yalom Irving: “Teoria e pratica della psicoterapia di gruppo”, Bollati Boringhieri.

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Cambio strada

Cammino per la strada.
C’è un buco profondo nel marciapiede.

Ci cado dentro. Sono perduta, sono disperata.

Non è colpa mia.

Ci vorrà un’eternità per uscirne.

Cammino per la stessa strada.
C’è un buco nel marciapiede.

Fingo di non vederlo e ci cado dentro di nuovo.

Non posso credere di essere allo stesso posto.

Ma non è colpa mia.

Ci vorrà molto tempo per uscirne.

Cammino per la stessa strada.
C’è un buco nel marciapiede.

Lo vedo.

Ci cado dentro è un’abitudine.

I miei occhi sono aperti,

so dove sono.

E’ colpa mia .

Ne esco immediatamente.

Cammino per la stessa strada.
C’è un buco  nel marciapiede.

Ci giro intorno.

Cambio strada.
www.jennamartinphotography.com

Poesia di Portia Nelson, tratto da Il libro tibetano del vivere e morire- Ubaldini,  Roma

Il processo creativo

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La psicanalisi non è riuscita a spiegare la creatività, perdendo di vista l’argomento principale, cioè l’impulso creativo in se stesso. Freud ha affrontato il problema della creatività, ponendola in relazione con la nevrosi, egli ritiene che entrambe abbiano origine da conflitti che derivano da pulsioni biologiche fondamentali, ovvero che rappresentino tentativi di risolvere profondi conflitti.

Il suo concetto di sublimazione, infatti, indica la deviazione dell’energia sessuale verso altre mete, come quelle creative, pertanto la persona creativa, sarebbe per Freud un individuo frustrato.
Egli si sofferma a descrivere il processo primario come funzionamento della psiche nella sua parte inconscia, distinguendolo dal processo secondario che è quello del funzionamento della mente cosciente. I meccanismi del processo primario sono tipici nelle psicosi e inoltre riguardano anche il processo creativo combinate con i meccanismi del processo secondario.
Arieti propone il concetto di “processo terziario”,  per indicare questa particolare combinazione di meccanismi tra processo primario e secondario:
“Il processo terziario, con forme e meccanismi specifici, amalgama i due mondi della mente e della materia, e, in molti casi, il razionale con l’irrazionale. Invece di rifiutare ciò che è primitivo…la mente creativa lo integra con i processi logici normali in ciò che sembra una sintesi magica dalla quale emerge il nuovo, l’inaspettato e l’auspicabile”.
(Arieti S. Creatività, la sintesi magica Ed. Il pensiero scientifico 1979)
Una applicazione del tipo di analisi descritta si può fare prendendo spunto dalle opere di S.Dalì, l’artista ha infatti una grande facilità ad entrare in contatto con il suo processo primario (contenuti inconsci) ma egli conserva anche un forte contatto con il suo processo secondario che è in grado di controllare quello primario, dando una dimensione di estrema realtà e precisione ad un contenuto caotico e informe, dove realtà e assurdità si fondono per dare luogo alla creazione artistica che alla fine è sintesi dei due processi descritti.
Molti autori hanno cercato di definire la creatività, ma le difficoltà maggiori sono forse dovute ai diversi significati che vengono attribuiti al concetto di “persona creativa” ritengo questo concetto molto affine all’idea delle persone che realizzano se stesse, ovvero come capacità di espansione delle proprie potenzialità e che rientra nella descrizione della teoria di Maslow della “gerarchia dei bisogni” , che va dal bisogno di nutrizione alla piena attuazione delle potenzialità e delle libertà di sperimentarsi, inoltre sono d’accordo con la definizione di Barron che afferma:
L’intelletto creativo è quello che è pronto ad abbandonare le classificazioni conosciute dal passato e ad accettare nella sua forma più completa la proposizione che la vita ..…è colma di possibilità sconosciute e può essere il veicolo per trasformazioni senza precedenti”.
Chiara Miranda

Oltre le polarità, l’equilibrio nell’integrazione.

Il funzionamento ed il senso del principio di compensazione in Jung

L’approccio concettuale di Jung, trae le sue origini dal pensiero di Freud, in particolare dal concetto di libido, che come sappiamo è centrale nella teoria freudiana, ma mentre Freud, che aveva esperienza prevalentemente di nevrotici, la considera una energia tipicamente legata alla pulsione sessuale, Jung, che vive i suoi primi anni professionali a contatto con gli psicotici, ha modo di notare che si tratta invece di una energia vitale non specifica, che coinvolge tutto il processo psichico dell’individuo e che è responsabile della formazione dei simboli. Egli riconosce i meriti di Freud e di Adler, il primo concentrato sull’oggetto, teso all’analisi del passato, il secondo concentrato sul soggetto, teso allo sviluppo delle potenzialità dell’individuo nel futuro, ma capisce che deve fare una sintesi dei due opposti, in quanto essi non si escludono, ma devono necessariamente integrarsi. Da qui egli comincia ad elaborare il concetto di tipi psicologici, ovvero riconosce che l’individuo ha in sé due polarità che si contrappongono e che formano la base della personalità individuale: l’introversione e l’estroversione. L’introverso procede dal soggetto all’oggetto, ovvero la coscienza è dentro la soggettività individuale e percepisce l’oggetto come sfondo, viceversa l’estroverso, che procede dall’oggetto al soggetto, ha la coscienza centrata sull’oggetto, avvertendo la soggettività personale come sfondo, di conseguenza, l’estroverso avrà la tendenza ad uniformarsi più facilmente alle regole sociali, avrà più faciltà di adattamento nel mondo, mentre per l’introverso ciò sarà più difficoltoso, perchè ogni scelta verrà prima vagliata dalla propria personale visione delle cose.

La personalità di un individuo, manifesta prevalentemente una di queste polarità, mentre l’altra rimane sullo sfondo, Queste due tendenze possono essere immaginate come due estremi opposti, situati su una linea immaginaria che va dalla completa introversione alla completa estroversione. Nella teoria di Jung viene descritto un meccanismo di bilanciamento tra introversione ed estroversione che prende il nome di “compensazione”. Tale meccanismo agisce egualmente sia a livello conscio che a livello inconscio, producendo una autoregolazione tra le tendenze relative all’introversione e all’estroversione, quindi, chi si presenta prevalentemente introverso a livello cosciente sarà prevalentemente estroverso nella sua parte inconscia. Al contrario, una persona che si presenta molto estroversa a livello cosciente avrà nel suo inconscio una componente fortemente introversa. Il meccanismo della compensazione è strettamente legato a quello dell’individuazione, Jung pensa che “la compensazione inconscia di uno stato nevrotico della coscienza contiene tutti gli elementi capaci di correggere efficacemente e fruttuosamente l’unilateralità della coscienza, quando questi elementi divengano coscienti, vale a dire siano intesi e integrati come realtà nella coscienza”1.

Jung osserva che ci sono due modi per procedere nello studio della personalità umana, uno analitico, che è quello adottato da Freud, dove tutto il materiale simbolico viene pazientemente scomposto e analizzato, l’altro sintetico, che invece integra il materiale simbolico in una espressione generale e comprensibile. E’ appunto a questa seconda definizione che Jung dedica la sua attenzione, infatti egli parla di amplificazione, definendola come processo mediante il quale per interpretare i prodotti dell’inconscio “non ho più ridotto, come Freud, a elementi pulsionali, ma ho posto in analogia con i simboli della mitologia…per riconoscere il significato sotto il quale essi si apprestavano ad agire…per cui è diventato possibile una riconciliazione tra la personalità cosciente e le tendenze arcaiche altrimenti incompatibili con la coscienza”2.

Nel suo saggio”Psicologia dell’inconscio” (1917-1943) Jung descrive il sogno di una sua paziente evidenziando le due modalità di interpretazione, egli sottolinea come, solo col metodo sintetico, sia possibile cogliere il significato relativamente al soggetto che sogna, liberandolo dalla realtà oggettiva esterna. Ciò rende possibile riconoscere i contenuti espressi nel sogno come parti del soggetto, per poterli successivamente integrare nel soggetto. Il sogno usa un linguaggio simbolico ricco di condensazioni, crea metafore per spiegare le quali occorrerebbero fiumi di parole, che forse non sarebbero sufficienti. Il suo è un linguaggio analogico, la sintesi gli è affine, l’analisi stravolgerebbe la sua essenza.

Per questo Jung afferma che il sogno raffigura se stesso e ha una funzione compensatrice, perché sottolinea il lato opposto e inespresso della personalità, al fine di conservare l’equilibrio. Tutti i processi inconsci, per Jung hanno una funzione compensatrice dei processi psichici coscienti, ovvero attuano un bilanciamento funzionale che può essere considerato come una autoregolazione dell’apparato psichico al fine di mantenere l’omeostasi.

L’attività della coscienza ha una sua direzione prevalente, ha necessità cioè di selezionare alcuni contenuti ed escluderne altri, ma questo relegare nell’inconscio contenuti non affini, non deve essere rigido, pur essendo inconsci, questi contenuti fanno da contrappeso all’orientamento cosciente, un’eccessiva unilateralità, provocherebbe una forte tensione, che porterebbe i contenuti ad affiorare attraverso ad esempio i sogni. In questo modo l’inconscio fornisce alla coscienza gli elementi necessari per raggiungere un adattamento.

Scrive Carotenuto: “La possibilità che la psiche umana ha di mediare la tensione che le antinomie provocano e di costruire nuove sintesi, è ciò che potremmo definire capacità simbolica, capacità cioè di tenere assieme e di spostare su un piano metaforico ciò che su un piano concreto verrebbe altrimenti vissuto come conflitto e porterebbe a lacerazioni e scissioni della coscienza”3.

Nelle nevrosi, la normale compensazione è disturbata dall’eccessivo contrasto tra contenuti inconsci e la coscienza, in questo caso la terapia analitica mira a rendere coscienti questi contenuti per ristabilire la compensazione, scrive Jung “E’ insomma come se la nostra coscienza si trovasse tra due mondi o realtà … tra loro incompatibili, e non esiste alcuna logica che le possa conciliare: l’una offende il nostro sentimento, l’altra la nostra ragione e tuttavia l’umanità ha sempre provato il bisogno di conciliare in qualche modo le due immagini del mondo … ritengo che la conciliazione tra verità razionali e verità irrazionale possa realizzarsi non soltanto nell’arte, quanto piuttosto nel simbolo perché il simbolo contiene, per sua natura, ambedue gli aspetti”4

Jung concepisce il simbolo come un motore psichico che nasconde la volontà di diventare qualcosa e che è strettamente legato al sintomo, la capacità simbolica del terapeuta permette al paziente di intravedere un senso nuovo del conflitto spostandolo su un piano metaforico per raggiungere una sintesi che vada oltre gli opposti, il simbolo media quindi tra conscio e inconscio, e nelle mani del terapeuta diventa uno strumento che consente una possibilità di compensazione a chi vive il blocco di tale funzione.

Jung distingue il trattamento analitico di una persona giovane da quella giunta alla mezza età. Nel primo caso l’analisi servirebbe ad aprire nuovi orizzonti di sviluppo potenziali, nel secondo caso avviene l’incontro con l’ombra, ovvero con tutti quei contenuti rimossi nella prima metà della vita e il cui riconoscimento può portare a veri e propri sconvolgimenti esistenziali. Lo svelamento della personalità originariamente contenuta, il dispiegamento dell’originaria totalità potenziale, ci porta a fare i conti con gli archetipi, che Jung definisce “ordinatori di rappresentazioni” o “modelli di comportamenti innati” potenti immagini mitologiche che agiscono sia nell’inconscio collettivo che in quello individuale.

Attraverso l’elaborazione cosciente delle immagini dell’inconscio collettivo, si sviluppa quella che Jung chiama la funzione trascendente, data dall’unificazione dei contrari. La funzione trascendente conduce alla rivelazione dell’uomo essenziale, mentre l’opposizione inconscia, se ignorata, provoca sintomi e situazioni che comunque interferiscono inconsciamente con la vita cosciente del paziente, la terapia quindi si pone l’obiettivo di capire e valorizzare nel miglior modo possibile i sogni e le altre manifestazioni dell’inconscio, sia per evitare il formarsi di una opposizione inconscia che col tempo può diventare pericolosa, sia per sfruttare al massimo il fattore terapeutico proprio della compensazione.

Chiara Miranda

Psicoterapeuta Gestalt Analitica
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Quest’opera è distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione – Non commerciale – Non opere derivate 4.0 Internazionale.

BIBLIOGRAFIA:

  • Carotenuto A. (a cura di) “Trattato di psicologia analitica” Torino, UTET (Vol.II);

  • Galimberti U. “Le Garzantine, Psicologia” Ed.Garzanti, (1999);

  • Jung C.G. : “Opere” Torino, Bollati Boringhieri ( volumi V e VII), (1983).

1C.G.Jung Psicologia dell’inconscio, in “Opere”, ed. Bollati Boringhieri (1983) pag.112.

2Umberto Galimberti, Le Garzantine Psicologia,Garzanti Editore.

3A.Carotenuto, Trattato di psicologia analitica, vol.II, pag.421.

4A.Carotenuto, Trattato di psicologia analitica, vol.II, pag.777

Il simbolo e il segno

 

L’impossibilità di definire il simbolo con la logica della ragione testimonia un’impossibilità linguistica intimamente connessa all’incapacità della ragione di parlare senza sopprimere la fonte stessa del suo linguaggio.1

(Umberto Galimberti)

Nel linguaggio comune, spesso i termini segno e simbolo, sono usati come sinonimi, ma essi hanno significati molto diversi.

Il segno è la relazione tra significante e significato, ovvero il rapporto tra l’espressione ed il suo contenuto, la scolastica lo definisce “qualcosa che sta per qualcos’altro”, usiamo il segno per trasmettere un’informazione, e quindi i segni sono definiti da convenzioni che li rendono adeguati a comunicare.

Nel greco, il termine “simbolo” sta per “mettere assieme”, esso evoca l’esistenza di una realtà altra che va ricomposta. In teologia le operazioni simboliche servono a colmare il divario tra lettera e spirito, le sacre scritture sono fonte di innumerevoli interpretazioni, l’uso di allegorie, riesce a rendere i contenuti comunicabili, condivisibili, ma l’uso della simbologia, non avendo un codice univoco di lettura lascia aperte infinite possibilità interpretative.

Per questo motivo il simbolo non è mai significante, ma le parole che scaturiscono dal simbolo lo sono. Corbin2 afferma che “Il simbolo non è un segno artificialmente costruito, ma è ciò che nell’anima spontaneamente si schiude per annunciare qualcosa che non può essere espresso altrimenti”. Anche Lévi-Strauss nel suo “Teoria generale della magia e altri saggi”3afferma l’irriducibilità del simbolo al segno, egli racconta che, presso alcuni popoli primitivi, con l’uso della parola “mana” si intende forza, ma anche azione o qualità, essa può essere contemporaneamente verbo, sostantivo e aggettivo, perchè è pura forma, è simbolo, e come tale può assumere qualsiasi contenuto.

Fermamente convinto della differenza profonda esistente tra simbolo e segno, Jung afferma che un segno “ha un significato fisso, essendo un’abbreviazione (convenzionale) che sta per una cosa conosciuta oppure è un rimando a quella cosa medesima”, invece, il simbolo indica un contenuto polisemico, non definibile e non convenzionale, esso “possiede numerose varianti analoghe, e più ne ha a disposizione tanto più completa e appropriata è l’immagine che abbozza del suo soggetto”4. Il simbolo è vivo per Jung solo finchè mantiene questa caratteristica, egli rappresenta tensione tra opposti, tra conscio e inconscio, tra noto e non noto, nel momento in cui il simbolo partorisce il suo significato, muore e si trasforma in segno. Dando un nome alle cose che non conosciamo ancora, compiamo “un’azione storica di assegnazione di significati”, in tal modo, il simbolo esce dal regno della magia per entrare in quello delle convenzioni, esaurisce la sua funzione di mediatore e muore.

Ogni fenomeno psicologico, per Jung è un simbolo, in quanto si suppone che significhi qualcosa che si sottrae alla nostra coscienza, ma ciò dipende anche dall’atteggiamento di chi osserva, per Jung infatti, non esistono contenuti simbolici se non per una coscienza che li crea, il simbolo non è un significato, ma un’azione che mantiene in tensione gli opposti dalla cui composizione possono nascere i processi trasformativi.

Molto diverso dal concetto di simbolo freudiano, che ha una funzione omeostatica, ovvero di ritrovare un equilibrio turbato, la funzione del simbolo junghiano è ana-omeostatica, esso suscita tensione, spinta in avanti, apre nuovi livelli energetici proteso verso un equilibrio che è sempre “oltre”, ha dunque una funzione trasformatrice.

Il simbolo è legato al concetto di archetipo, l’archetipo si può definire come un principio organizzatore della realtà a diversi livelli (culturale, sociale, biologico), esso è espressione dell’inconscio collettivo e se compare in un sogno, ha un che di numinoso, una forte carica emotiva. Il Sé è un esempio di archetipo e rappresenta l’unione degli opposti, la somma di conscio ed inconscio che si integrano nel simbolo, è quindi il centro della personalità che ha la funzione di regolatore dell’equilibrio psichico. Il simbolo è quindi, una rappresentazione archetipica fornita di energia, la sua “numinosità” proviene dall’archetipo ordinatore, che consente la trasposizione di valori psichici da un contenuto ad un altro.

 Dott.ssa Chiara Miranda

Psicologa Psicoterapeuta Gestalt Analitica

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1Galimberti U. “Paesaggi dell’anima” Saggi Mondadori Pag.26
2Corbin H. “Storia della filosofia islamica” Adelphi Pag.29

3Lévi-Strauss “Teoria generale della magia e altri saggi” Einaudi

4Carl G. Jung “Simboli della trasformazione” in Opere, Bollati Boringieri pag.128.

Bibliografia:

Aldo Carotenuto “Trattato di psicologia analiticaEd. UTET;

Carl G. Jung “Simboli della trasformazione” in Opere, Bollati Boringieri 1999;

Umberto Galimberti “Le Garzantine” Psicologia Garzanti 2005;

Umberto Galimberti “Paesaggi dell’anima” Oscar saggi Mondadori 1996.